Sofocle, Le tragedie – Seconda parte: Edipo re; Elettra

di Alfio Pelleriti

Edipo re

Edipo governa su Tebe che intanto è afflitta da una terribile epidemia di peste. Occorre trovare la causa per cui la città paga un prezzo così alto. Tutti pensano che su di essa incombe l’ira degli dei per un torto che qualcuno ha ordito contro di loro. Creonte, cognato di Edipo, tornato dal tempio di Apollo, riferisce che il sacerdote addebita tutto all’uccisione di Laio, per cui occorre trovare il responsabile. Ma come, dopo tanti anni? Edipo soffre per il suo popolo e promette che tutto farà per trovare il colpevole, e intanto convoca l’indovino Tiresia poiché costui sa come sanno gli dei e dunque la soluzione arriverà presto. Ecco, l’inconsapevole Edipo, il re giusto che s’affligge per la sofferenza del suo popolo, va incontro al dramma che lo scuoterà, l’affosserà, ben presto. E Tiresia consapevole di quanto dura sarà la verità per Edipo è titubante: “privi di senno tutti. Io non dirò i guai che so, per non svelare i tuoi…da me tu non saprai nulla!” Ma Edipo insiste e obbliga Tiresia a parlare e lo coinvolge in un dialogo incalzante, drammatico, commovente, intuendone gli esiti terribili per il re. Non concede tregua al lettore e ancor più allo spettatore “L’Edipo re”.

La tragedia, costruita su un’abbondanza di sticomitie, di dialoghi che vanno subito a disvelare, elemento dopo elemento, i fatti che portarono alla morte Laio e che orrenda sorte determineranno per i protagonisti, per Edipo, per Giocasta. Edipo sospetta, ma vuole sapere la verità e, tassello dopo tassello (il pastore di Corinto che rivela che Edipo non è figlio naturale di Polibo e poi il servo di Laio cui Edipo, appena nato, era stato affidato da Giocasta perché lo eliminasse, un ordine che il servo non eseguì perché mosso a compassione di quell’innocente), infine, verrà fuori la verità tremenda per Edipo. Sì, ad uccidere Laio, suo vero padre, fu lui sul Citerone, lì al crocevia, e Giocasta, la madre, ora è la sua sposa.

Edipo rappresenta l’infelicità somma cui può giungere un uomo, pur se egli sia un potente, un re. Tuttavia la tragedia di Edipo pone ancora un problema, che anch’esso è antico: la limitatezza dell’uomo sta nel fatto che egli non possa programmare tutto affinchè la sua vita proceda senza intralci dovuti a malattie, ingiustizie, delusioni e drammi. La fatalità, l’imponderabile, l’imprevisto giocano un ruolo importante nella vita degli uomini, per cui, visto che la felicità non sempre, né per sempre, può essere conquistata, almeno si segua quanto la coscienza morale suggerisce a ciascuno, e saggio sarebbe per tutti seguire l’adagio di Platone: “di molto è preferibile per l’uomo essere vittima di gravi torti e delitti piuttosto che compierne!” anche se lo stesso Platone aggiungeva: “Ma l’uomo stolto se lo sente affermare ne ride.”

Elettra

Elettra vive lo strazio d’essere testimone dell’uccisione del padre Agamennone per mano della madre, Clitennestra, complice il suo amante, Egisto. Crisotomi, la sorella, è con lei e assiste all’assassinio, ma cerca di non perdere la calma e anzi vuole convincere la sorella a non darsi a reazioni scomposte dominando i propositi di vendetta che vorrebbe attuare fidando nell’aiuto dell’amato fratello Oreste, che dovrebbe rientrare in Argo dopo tanti anni di assenza. Dopo una falsa notizia, diffusa ad arte, della morte di Oreste, Elettra, sola, persiste nel seguire ciò che la sua coscienza le suggerisce e cioè vendicare la morte del padre, anche a costo di andare incontro a sicura morte. Tutto questo si svolge in dialoghi tra Elettra e il coro, e poi con Crisotomi e con Clitennestra, tuttavia tutta questa preparazione, questo lento montare, questo scavo prolungato nella solitudine di una donna che non trova più pace, oppressa da una pesante ingiustizia perpetrata da una madre che si rivela snaturata e violenta, ad un tratto apre finalmente ad uno scioglimento: Oreste compare sulla scena e si fa riconoscere da Elettra che, incredula, piange lacrime di speranza, riabbracciando il fratello che pensava morto.

Questo è il punto più drammatico della tragedia, quello nel quale il lettore trova gli elementi giusti per identificarsi con il personaggio; quello in cui anche la vendetta può trovare giustificazione in un animo stretto dalla commozione per una donna vinta dalla forza cieca di un potere ottuso ed egoistico. È il momento della catarsi, della liberazione di pulsioni aggressive, di istinti atavici che si impossessano a volte del nostro essere sollecitati da una situazione scenica preparata fin nei minimi particolari perché Elettra possa diventare l’eroina che consuma la sua vendetta, poiché senza Agamennone, senza quel padre che amava, la sua esistenza era diventata vuota e insensata. Elettra non avrebbe potuto trovare un sostituto degno di quell’uomo: nessun amante, nessun marito, niente e nessuno avrebbero potuto riempirle quel vuoto.

Di “complesso di Elettra” parlerà infatti Sigmund Freud quando una donna vive l’esperienza d’essere attratta dalla figura paterna vivendo nello stesso tempo una situazione di tensione emotiva, di vera e propria rivalità con la madre, che le impedisce di soddisfare quel rapporto sentimentale. Freud, a ragione, ricorre alla mitologia e alle tragedie classiche (Edipo, Elettra, Crono) per codificare con tali narrazioni ciò che può avvenire nella psiche umana vivendo le prime esperienze relazionali nel contesto della famiglia, dove i bambini e gli adolescenti attraversano tensioni emotive, frustrazioni, con conseguenti sublimazioni, “spostamenti”, repressioni che possono determinare turbamenti, comportamenti aggressivi, nevrosi e stati psicotici cronici.


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