di Alfio Pelleriti
Antigone

Antigone non obbedisce alla legge di Creonte che impedisce a chiunque in Tebe di dare sepoltura a Polinice che aveva osato tentare di prendere il comando della città. Per tal motivo egli giacerà insepolto, preda degli animali che ne strazieranno le carni e senza che alcuno possa alzare libagioni agli dei per la sua anima. Antigone non ritiene giusta e morale la decisione del re e la trasgredisce pur sapendo che la pena per lei sarà la morte. Dunque, Antigone, eroina tragica, risponde ad una legge non scritta ma reale che sente interiormente e che avverte essere anteriore e superiore a quella della città, a quella dell’autorità terrena. Si lascia guidare dalla voce della coscienza che le indica, senza alcun dubbio, quale sia per lei il dovere morale, la Luce da seguire, costi quel che costi, anche il prezzo più elevato, la sua vita. Quella voce interiore è la legge divina, che la rende impavida e pronta all’azione, come faranno tutti i martiri lungo il periodare della storia. Nessun orgoglio in lei, nessun vanto, ma silenziosa e composta azione per affermare la verità e la giustizia e dunque il bene. Ogni resistenza contro il tiranno che agisce in offesa all’umanità, è giusta, e perfino affrontare la morte non costituisce peccato o insensatezza o atto egoistico volto a vanagloria.
La dolente Antigone mostra ai lettori o spettatori d’ogni epoca storica che la disubbidienza può essere una virtù, e, se la legge, seppure accettata dalla maggioranza, contraddice i dettami della coscienza morale, deve essere trasgredita e combattuta, anche se da un solo uomo o donna, poiché quel martire avrà salvato l’umanità intera.
Creonte è il tiranno e rappresenta la violenza cieca del potere che prende forma in tante variabili: l’esercizio del governo in maniera assoluta giustificato dall’avere avuto il consenso della maggioranza che l’ha eletto (“Alla persona che la città designa, s’obbedisca nel piccolo, nel giusto e nel contrario”); l’odio per le donne, la misoginia. Dice Creonte al figlio Emone, promesso sposo di Antigone: “né mai vorrei che di noi si dicesse che siamo schiavi in balia d’una donna”; e prima nel dialogo con Antigone (sticomitia): “mai finché io viva, prevarrà una donna.”
Tutta la tragedia è un capolavoro che muove alle lacrime, almeno chi possiede un cuore sensibile al dolore dell’innocente. Tutto il pathos del dramma si esprime nel dialogo tra il coro e Antigone. È la parte in cui la giovane donna cede e piange la sua triste sorte: “…Patria, mia patria, e voi cittadini possenti!… pianto non c’è per me; qual è, dite voi, la legge che mi spinge là all’inaudito tumulo.”
Aiace

Filippo M. Pantani, curatore dell’edizione edita da Newton Compton, sull’Aiace afferma che è la tragedia più “eschilea” di Sofocle, intendendo “meno riuscita” o comunque lontana dalle tematiche riguardanti l’essere nel mondo dell’uomo, il suo destino, le sue ansie e le sue paure.
In realtà mi sembra che già dalle prime battute, nel dialogo tra Atena e Odisseo, e poi tra il coro (marinai di Salamina) e Tecmessa (concubina di Aiace) si mette in primo piano un tema forte, per certi aspetti, misterioso, pur appartenendo all’essere umano: la follia o del ruolo della parte pulsionale nel determinare le azioni dell’uomo. Aiace, più delle altre tragedie, affronta fin dalle prime battute il tema, ed è per questo la più psicoanalitica rispetto alle altre opere. Il protagonista cede all’impulso della vendetta perché non si sente apprezzato dal “padre”, da Agamennone, che gli preferisce Odisseo e a questi assegna le armi di Achille. Ciò basta ad obnubilargli la mente, ed essendo in lui diminuita l’autostima, cerca di recuperare l’equilibrio perduto per uscir fuori da una sofferenza interiore provocata dall’indotto senso di inferiorità. Lui, guerriero impavido, subisce l’onta d’essere stato messo da parte, vinto da Ulisse, “la volpe”, che non l’ardimento rappresenta ma l’astuzia. E avrebbe fatto una strage tra gli Achei se Atena non fosse intervenuta, per cui a una mandria di buoi furono riservati i colpi mortali d’Aiace, convinto che quelli fossero i suoi odiati rivali. Il tema è questo, dunque: quanto il male, causato dagli uomini, è determinato da una precisa scelta economica e politica o da pura follia? E se da quest’ultima sono determinate la violenza e la guerra, l’uomo è meno colpevole? o fare il male è già una colpa e non una malattia, per cui non si può invocare attenuante alcuna?
Il dramma, tuttavia, nasce e si consuma quando Aiace riacquista il lume della ragione e l’azione cieca cede alla riflessione e ad un sentimento di tristezza profonda per l’onorabilità perduta. Egli è combattuto tra la scelta di sopravvivere per non lasciare privo d’un padre il caro figlio Eurisace e d’un compagno la cara moglie Tecmessa, che per lui tutto ha lasciato e l’altra scelta possibile, che è quella che lo inquieta molto e che equivale alla scelta della morte, poiché lui non potrebbe sopravvivere alla derisione inflittagli dai due re Atridi; non potrebbe vivere dopo che è stato calpestato il suo onore e offesa la sua dignità. Dunque si darà la morte, poiché un sentimento tipico dell’uomo che sopravvive nel tempo è il debito che ogni individuo ha con la sua comunità e quindi con le sue regole sociali che impongono a ciascuno comportamenti e stili, questi sì, tipici d’ogni epoca storica, e fuori da quei modelli si vivrebbe o da folli o da reprobi. Aiace dunque sceglie la morte suicidandosi con il suo “bottino” di guerra, la spada di Ettore, poiché neanche gli dei sono con lui e gli sono avversi. “Ora che fare? È troppo chiaro che gli dei m’avversano, mi detesta l’esercito dei Greci, e Troia intera a questa piana m’odia…come comparirò, con quale viso, di fronte a Talamone, il padre mio?”[1]
La parte finale dell’Aiace ripropone il tema del cadavere insepolto per ordine del comandante degli Achei, Agamennone, egli vuole, così come il fratello Menelao, che paghi il fio d’avere odiato loro, i comandanti dei Greci. Ma Teucro non cede ed è pronto a morire pur di dare giusta sepoltura al fratello. Interviene, infine, Ulisse che, pur essendo stato rivale d’Aiace, ritiene giusto concedergli sepoltura e Agamennone, convinto, lascia il campo di fronte a tale saggia argomentazione di Ulisse. E Teucro riconoscente: “Ottimo Odisseo, per le tue parole ti lodo in tutto: hai smentito di molto ogni mia previsione. Proprio tu, il più nemico di tutti gli Argivi a lui sei stato l’unico a difenderlo, né t’è bastato l’animo di stare, tu vivo, accanto al morto per offenderlo…bisogna che ti dica che tu sei stato prezioso per noi.”[2]
[1] Sofocle, Tutte le tragedie, Newton Compton editore, Roma 1978, pag. 77
[2] Ibidem, pag. 101