di Alfio Pelleriti

Occorre molto motivarsi alla lettura prima di intraprendere quella de “L’autunno del patriarca” di Gabriel Garcia Marquez, ancora di più che per “Cent’anni di solitudine”, con la saga dei Buendia, lì nel mondo magico e tragicamente reale di Macondo. La vicenda si snoda ancora sull’asse della solitudine, lì con Aureliano Buendia, qui con il patriarca, il dittatore mai pago di gustarsi il potere assoluto, seppure con l’angoscia d’essere sopraffatto da uno dei tanti nemici che tramano all’interno della sua corte. È per sfuggire a possibili attentati che si affida ad un sosia, Patricio Aragones, l’unico a cui confida qualche preoccupazione. Egli non si fida dei suoi sottoposti, ad eccezione del suo amico e compare Rodrigo de Aguilar, della madre, Bendicion Alvarado, per la quale nutre un’autentica venerazione e di una popolana, Manuela Sanchez, l’unica tra le migliaia di donne possedute, di cui si innamora.
Due fronti si aprono davanti al lettore de “L’autunno del Patriarca”, quello stilistico e quello dei contenuti. Il primo richiama il cosiddetto flusso di coscienza di Joyce o lo sperimentalismo formale delle correnti avanguardistiche, l’altro richiama la letteratura sudamericana le cui narrazioni poggiano sull’approccio sociologico, sulla denuncia politica del potere basato spesso sulla corruzione, sulla gestione familistica delle istituzioni, su governi autoritari di stampo fascista o comunque conservatori. Il patriarca è infatti un dittatore, presentato con le caratteristiche tipiche del tiranno che, in Garcia Marquez, assumono connotati surreali, fino al ridicolo e all’orrido. Il patriarca, che viene indicato solo con l’appellativo di generale o di comandante supremo, esercita un potere assoluto ed è spietato con chi suppone possa rappresentare un ostacolo alla gestione del potere personale; non ha amici, tranne un suo fidato generale che gli dimostra fedeltà assoluta; non conosce valori positivi, né sa cosa significhi amore: le donne le considera semplici oggetti per soddisfare i suoi istinti.
Così come nel suo precedente romanzo, il tempo rimane spesso indistinto, nonostante a prevalere sia il passato, poiché il presente, già nel suo accadimento si dissolve perdendo i suoi connotati di realismo per assumere quelli più labili e sfumati del passato. Il lettore spesso annaspa e si scoraggia di fronte ad uno stile che si basa su periodi lunghissimi, spesso interi paragrafi, vere e proprie “traversate”, per le quali occorre prendere profondi respiri, procedendo senza distrazioni, se non si vuole dimenticare la proposizione principale in cui s’era presentata una premessa per un ragionamento, una descrizione di un ambiente o di un personaggio. Niente punteggiatura, solo qualche virgola; niente spazi bianchi se non quello della fine dei capitoli; e poi, cambi repentini del soggetto o delle situazioni o dei tempi della narrazione.

Siamo ancora nel “realismo magico” di “Cent’anni di solitudine” con il “Il patriarca”, scritto tra il 1967 e il 1973. Qui, tuttavia, le situazioni in cui si muovono i personaggi somigliano a quelle tipiche del paziente sul lettino dell’analista quando descrive i suoi sogni, con un vorticoso susseguirsi di particolari per presentare un’azione di per sé semplice ma che, per il sognatore, ha un forte valore emozionale. Così Marquez procede, di particolare in particolare, usando l’imperfetto indicativo, per indicare fatti che si consumano nel tempo in un rapporto di causa – effetto, senza fermare la narrazione con “inutili” segni di punteggiatura, solo qualche virgola concede l’autore, giusto per fare riprendere respiro al povero lettore, e poi ancora avanti.
Marquez traccia una vera e propria fenomenologia del dittatore, che si sviluppa tra l’inedia e la violenza, nell’odore acre del sangue dei suoi incolpevoli sudditi. Il dramma è presente in tutte le parti del romanzo, lo spargimento di sangue innocente viene presentato come qualcosa di ineludibile per il patriarca che deve difendersi dai tanti che lo odiano, perciò la sua ferocia e la sua amoralità sovrastano chiunque cospiri contro di lui. Ne farà le spese il suo sostituto, il suo sosia, così bravo ad interpretare il ruolo di ferale tiranno, ma che sarà avvelenato e morirà tra atroci dolori, e solo in quella condizione di morituro potrà finalmente accusare il suo padrone rivelando come il suo potere poggia unicamente sull’ipocrisia e la menzogna, uniche possibilità per sfuggire alla sua sanguinaria dittatura: “la lascio qui per poco tempo col suo mondo di merda signor generale perché il cuore mi dice che ci vedremo assai presto nei profondi inferni… sia detto senza il minimo rispetto, signor generale, perché adesso le posso dire che io non le ho mai voluto bene come lei s’immagina e che da sempre prego che l’ammazzino… nessuno le ha mai detto quello che pensano davvero e invece tutti le dicono quello che sanno che lei vuole sentire mentre le fanno inchini davanti e la pistola dietro la schiena.”[1]
Il romanzo si legge come la sceneggiatura di una tragedia da presentare in un teatro di provincia, dove un regista, consapevole della sua innata bravura, dà indicazioni ai suoi attori e al narratore, lì sul proscenio dove occupano gli angoli lasciati in penombra, poiché al centro è posto uno schermo sul quale scorrono immagini di stragi di innocenti, malmenati, scannati, fatti a pezzi, mentre il sangue a fiotti scende dalle pareti di povere case, inondando le strade e trasformandole in fiumi di sangue. Marquez è il regista che fa muovere il protagonista, il generale, l’infelice, l’ottuso, il povero, infantile dittatore che si crede chissà chi, presentandolo mentre dorme e sogna, quando è fermo o si muove, quando parla col “fiore” dei suoi suburbi, Manuela Sanchez, o con la madre che adora come una madonna e che teme insieme; e mette in fila tutto questo materiale senza spezzare il ritmo del suo ossessionante racconto, dunque non usa virgolette per i dialoghi, nè inserisce quando occorrono, i segni d’interpunzione. È un unico fluire linguistico il suo, senza pause, identico a se stesso e senza cambiamenti di scena, con un unico narratore che racconta l’insignificante e insensata vita del patriarca. Tale fluidità sintattica non riguarda soltanto la forma espressiva ma anche gli eventi narrati, presentati senza seguire un ordine cronologico o semplicemente logico. Quasi tutti i capitoli cominciano con la morte del patriarca anche se dopo alcune pagine ritorna in scena.
Tra una strage di bambini e un’esecuzione di dissidenti, il tiranno è sempre più solo e neanche la madre riesce a liberarlo dagli incubi che lo inseguono e il lettore si muove come se si trovasse in un grande dipinto impressionista, dove le tinte sono forti e in contrasto tra loro, e i particolari così tanti che ne smarrisce il senso complessivo e non distingue centro e periferia, tema e sottotemi, ma si perde in un’opera dove sembra mancare una logica che rimandi alla realtà. L’atmosfera spesso si fa cupa e il ritmo lento e monotono: sembra di muoversi all’interno di un mercato con la folla che s’accalca ad impedire una visione d’insieme del reale e quando il contesto cambia, con esso non muta la sensazione di smarrimento, neanche quando al mercato e alla folla si sostituisce un ondivago deserto di dune cangianti e sempre uguali. Il lettore, dunque, è quasi obbligato a muoversi con il patriarca, all’interno di un incubo in cui l’orrido diventa normalità. Si ritrova, ad esempio, nel grande salone dei ricevimenti con una tavola imbandita come per le grandi occasioni, quando con un “Ohh” di meraviglia i commensali accolgono il piatto forte: in un grande vassoio d’argento, accompagnato da fiocchi multicolori e spezie profumate, si serve, appena sfornato, il suo amico e compare, ministro della difesa, Rodrigo de Aguilar, “disteso per tutta la sua lunghezza su una guarnizione di cavolfiori e di alloro, dorato al forno, ammannito con l’uniforme di cinque mandorle d’oro delle occasioni solenni, con rametto di prezzemolo in bocca.”[2] Finalmente il tiranno, come tutti i tiranni, rimane solo con la sua crudeltà, pronto per affrontare il momento in cui la morte supera la sua solitudine: muore la madre, Benedicion Alvarado, l’unica di cui si sia fidato e con cui si è lasciato andare alle paure infantili che ancora lo inseguono e ai pianti liberatori indotti dalle sue parole dolci e dalle sue amabili carezze. Infine, con la sordità, rinuncerà ad ogni relazione esterna, chiudendosi nel povero guscio di dittatore, che ora è il palazzo del governo, ora è un tugurio simile a una grotta in un luogo impervio e alquanto lugubre, ora una fortezza inaccessibile posta in un paesaggio sudamericano, povero ma fascinoso, con i suoi tamarindi, con le sue strade fangose attraversate dalle grida di bambini che giocano scalzi, coperti da poveri cenci multicolori. E ti sembra, ad un tratto di sentire la voce di Paolo Conte che sussurra “Sud America”, ricordandoci che “il giorno tropicale era un sudario”, e ti senti solidale con chi “spera di essere prossimamente milionario”, tra “stelle uruguaiane” e ballerini che “aspettano su una gamba l’ultima carità di un’altra rumba”.
Mi avvio alla conclusione del romanzo con una certa malinconia facendomi trasportare da Marquez, senza opporre resistenze, nel suo mondo magico e orrido insieme in cui si è mosso un piccolo uomo che si era illuso di poter controllare la fiumana di una realtà dominata dalla passionalità e dagli istinti primordiali. Il patriarca vive l’ultima sua illusione, dopo la morte della madre, quella di poter provare un sentimento d’amore vero e autentico, in un rapporto con una donna che si dà a lui sinceramente senza temerlo, amandolo: questa donna è Leticia Nazareno, una suora che lui prende per sé, lasciando le altre sue consorelle a un destino di morte. Il patriarca la sposa e la tratta come una regina. È già vecchio ma riesce ad avere un rapporto con lei da cui nascerà un bambino che cresce come un principe, poiché tra i tanti figli avuti è riconosciuto come unico erede. Ma un destino amaro e tremendo incombe sulla donna e sul bambino: saranno sbranati da una muta di cani feroci. Il racconto sta per chiudersi, ma se il tema affrontato dall’autore è la fenomenologia della tirannide, manca ancora il riferimento all’aspetto demoniaco della repressione e il trionfo del male di cui il patriarca è solo uno strumento. Marquez affronta tale aspetto ricorrendo a un personaggio che ricorda Stovrogin ne “I Demoni” di Dostoevskij o Woland, il satana de “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, quando, in quei contesti, il bene diventa qualcosa di astratto, mentre il male esercita il suo potere annullando la pietà, l’amicizia, l’amore. Qui a rappresentare il male è Saenz de la Berra che si offre come esecutore della vendetta del generale nei confronti di chi aveva tramato contro di lui uccidendogli moglie e figlio. A quell’uomo fascinoso ed elegante, sempre accompagnato da un doberman enorme, il generale non riesce ad opporsi ed accetta dunque le decisioni di quel misterioso personaggio, apparso all’improvviso sulla scena e dotato di una forza e di una spietatezza inusitate, e accetta la repressione orripilante che metterà in atto.
[1] Gabriel Garcia Marquez, L’autunno del patriarca, Oscar Mondadori, Milano 1975, pag. 25
[2] Ibidem, pag. 122