Giuseppe Fava, “Prima che vi uccidano”: un grande romanzo sulla Sicilia dei “vinti”

di Alfio Pelleriti

Turi Scirpu, l’avvocato Ieli e suo figlio Matteo, Michele Passanisi, Alfio, Tanuzzu e Stellina, i contadini, i cavatori, gli zolfatari, i campieri e i sovrastanti e poi, la miseria, il lavoro duro che abbrutisce e una vita grama, senza avvenire né speranza; e ancora violenza greve e sofferenza, sono questi i personaggi e i contesti dello splendido romanzo di Giuseppe Fava, “Prima che vi uccidano”. La narrazione procede con uno stile essenziale, senza eccessi o sbavature, affidata ad un narratore esterno che guida il lettore nella Sicilia degli anni Cinquanta del Novecento nel territorio della valle del Simeto, tra gli Erei e l’Etna. Nel romanzo si evidenziano le contraddizioni sociali e le ingiustizie a danno della parte maggioritaria del popolo, per garantire potere e ricchezza a una minoranza agiata, una storia di vinti che si ammazzano di lavoro per 600/800 lire al giorno, buoni per comprarci tre chili di fave, dirà il sindacalista Rossano ai popolani convenuti al suo comizio, prima che l’ammazzassero gli uomini “d’onore” o “di rispetto”, quei mafiosi che garantivano l’ordine sociale e la difesa delle proprietà da “leggi ingiuste”, dicevano i nuovi “gattopardi”, come la legge agraria che prevedeva l’assegnazione ai contadini di appezzamenti di terreno provenienti da feudi incolti.

Un tono altamente drammatico caratterizza il romanzo e tutto scorre con l’identica tensione, dall’inizio alla fine, come se il racconto fosse stato programmato con la giusta strategia, a modo che l’energia interna potesse trovare sfogo, episodio dopo episodio, pagina dopo pagina, dramma dopo dramma cui sono coinvolti tutti i personaggi, poiché i vinti qui sono tutti: contadini e campieri, padroni e cavatori, vecchi e giovani, donne e uomini, padri e figli. Tutti sono dentro una grande tragedia che si consuma da secoli nell’isola posta al centro del Mediterraneo, dove tanti potenti, appartenenti a popoli diversi, hanno lasciato traccia non solo nei monumenti, nella lingua, nei codici, ma nel sangue, nel codice genetico dei Siciliani: la “sicilitudine” qualcuno la definisce, che si manifesta soprattutto in un fatalismo che si traduce in passività e accettazione della propria condizione e nel desiderio di far parte integrante della normalità, soddisfatti di coltivare le stesse idee della maggioranza e del senso comune, evitando d’essere giudicati o di essere additati come “diversi”.

Giuseppe Fava

Il lettore avverte una partecipazione convinta e appassionata dell’autore che mette in evidenza eventi che ricordano precisi contesti sociali e politici, reali problemi economici, evidenti trasgressioni etiche nei rapporti tra governanti e governati. E magari, qualcuno potrebbe fare spallucce sussurrando che è una storia già sentita: contadini, pastori e bovari, cavatori e braccianti da una parte e possidenti, campieri e mafiosi dall’altra. Gli uni poveri e analfabeti, deprivati d’ogni diritto e trasformati in bestie da sfruttare e gli altri, detentori delle terre, delle cave, delle miniere, dei palazzi, che vivono nel lusso, anche se la strada che conduce a tali ricchezze e privilegi è lastricata di violenza e prevaricazione.

Turi Scirpu
Turi e Santuzza
Tanuzzu

E’ una storia che conosceva bene Pippo Fava che non si stancava mai di denunciare. Più che un racconto, il suo romanzo sembra un trattato di sociologia, ma che fa presa nel cuore oltre che nella testa del lettore che, in rapidi fotogrammi, rivede volti e fatti richiamati dai personaggi della storia: ad esempio i sindacalisti Paolo Lantieri, Vincenzo Gangemi, Rossano, e ad essi è facile associare Salvatore Carnevale, Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e gli altri martiri caduti in questa terra amara e violenta, tragicamente sempre uguale a se stessa. Stupenda e appassionata la narrazione di Fava che è anche la tragedia dei nobili che ritengono giusto difendere il loro potere e la loro ricchezza affidandosi al terrore per mantenere gli antichi privilegi, senza provare remore morali. È un ritorno ai drammi familiari sofoclei, in particolare quello che si consuma tra l’avvocato Ieli e il figlio Matteo, così diverso dal padre: vicino ai diseredati e ai nullatenenti; contrario ad una violenza cieca con cui il padre difende i suoi possedimenti.

L’avvocato Ieli
Matteo Ieli

Diverso è il dramma che si consuma in casa di Michele Passanisi e di Stellina Scirpu, con i disperati i tentativi di Michele, cavatore analfabeta, di sfuggire alla miseria e alle ingiustizie di quel mondo violento e barbaro. Stellina deve partorire una seconda volta dopo la morte del primo nascituro, ma deve contrastare una polmonite e una forte denutrizione, e Michele non vuole rassegnarsi a quel tremendo destino, che potrebbe cambiare se solo potesse disporre di ventimila lire al mese che gli consentirebbero di comprare le medicine e di avere pasti nutrienti per lei e per il piccolo che porta in grembo. Michele, in fondo chiede per sé la salvaguardia della dignità di uomo: “La dignità è una cosa difficile da spiegare: cioè un lavoro, che però deve essere sicuro e nessuno te lo deve poter togliere; una casa pulita, con l’acqua che scorre dai rubinetti e le lampadine elettriche. Un uomo vuole imparare a leggere e scrivere per farsi convinto con la sua testa di quello che accade nel mondo, vuole avere le medicine quando è ammalato, non vuole più stare col berretto in mano dinanzi a nessuno.[1] E la disperazione di Michele evoca in me quegli anni Cinquanta quando anche a Biancavilla c’era tanta miseria e tanti erano i bambini che dopo il parto non sopravvivevano o morivano poco dopo, così come tante erano le madri che non superavano lo stress del parto. Tante erano, infatti, le “Stelline” e i “Michele” che si disperavano, impotenti a contrastare o cambiare quella società ingiusta e violenta. Così, spesso devo chiudere il libro, vinto dalla commozione e dalla scrittura dell’autore che, con realismo e con leggerezza insieme, presenta i fatti come se esemplificasse una ricerca storica o un’inchiesta giornalistica. È un romanzo questo che merita rispetto poiché c’è tutta la Sicilia dentro; c’è tutta la sua tragica storia, compendiata in quella di Turi Scirpu, che per avere un terreno di sua proprietà conduce una vita da miserabile, ammazzandosi di lavoro, più di quanto non facesse da bracciante, diventando a poco a poco, un uomo senza sentimenti, annullati dalla smania di spezzare le catene della povertà e di diventare finalmente libero dal bisogno. Ma c’è anche la tragedia dei ricchi, di Matteo Ieli, omosessuale in un contesto patriarcale che lo trasforma in un’attrazione da baraccone, degno solo d’essere deriso e aggredito perfino dal padre, avendo scoperto quell’insopportabile, orrido difetto del figlio.

Anche l’ultimo capitolo prima dell’epilogo mi riporta proprio a quegli anni Cinquanta, alla mia infanzia, quando il cinema Stella era il luogo, insieme all’oratorio, che noi ragazzi amavano frequentare e che fortemente incidevano sulla nostra crescita. Quando un film ci colpiva particolarmente e la commozione ci toglieva il respiro, erano le lacrime che allentavano la tensione; e la sera, quando ci si incontrava all’oratorio comunicavamo ai compagni che l’avevamo visto due volte, perché “troppo bello!”. Sì, questo romanzo è “troppo bello!” e meriterebbe d’essere riletto, perché, oltre che descrivere le condizioni di un popolo sfruttato e vilipeso in quegli anni di miseria, mi riporta agli anni della mia infanzia, per cui i sogni di Michele Passanisi sono identici a quelli che coltivava mio padre prima che io nascessi e quelli di Stellina sono sovrapponibili a quelli di mia madre che come lei scriveva tante lettere al suo Turiddu parlandogli di me che mi muovevo ancora dentro il suo grembo, rassicurandolo del suo amore per lui e di quanto le mancasse. “Taluni giorni io penso a te e piango sempre, sono come una pazza poichè vorrei essere baciata e consolata da te e tu invece non ci sei. Ma tu fatti coraggio poiché deve arrivare un giorno che tutto finisce e saremo di nuovo insieme e mangeremo nello stesso piatto con il nostro bambino.”[2] Sì, il romanzo è “troppo bello!”. Si piange di commozione per quest’uomo coraggioso, Pippo Fava, che ha dimostrato di possedere coerenza con le idee che dichiarava in ogni attività intrapresa: quella di giornalista, di drammaturgo, di scrittore. Fava è stato un eroe che è morto perché non intendeva abbassare la testa di fronte ai potenti della politica, dell’imprenditoria e della mafia, rispondendo sempre senza remore o indugi alla sua coscienza per difendere la sua dignità, insieme a quella di chi non aveva la forza o la capacità o il coraggio di difendere la propria.

Michele Passanisi

Verga ci ha presentato la Sicilia dei “vinti” all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia: un popolo costituito da contadini, pescatori, braccianti, che al grido di “Libertà! Libertà!” scannavano i civili all’interno dei loro palazzi, dei loro feudi o nei loro circoli, Pippo Fava ci dice che cento anni dopo, all’indomani della proclamazione della Repubblica, nulla è cambiato e anche lui si assume l’onere di raccontare l’orrenda esistenza degli eredi di quei vinti che, ancora una volta, affidandosi al cieco istinto, speravano di reagire al loro destino di sfruttati, costretti alla povertà e all’ignoranza da una minoranza di iene e di licaoni che difendevano i privilegi secolari con ogni mezzo e con ogni alleato, fosse anche il demonio, fosse anche un bandito pluriomicida o un mafioso potente e criminale efferato.

Emerge una figura positiva, linda e trasparente, anche se, come nelle tragedie classiche, non sopravviverà alla forza cieca della violenza mafiosa: il sindacalista Rossano, che rappresenta la speranza dei nullatenenti. Egli è presentato come un profeta, come un cavaliere senza macchia e senza paura, che attrae con la sua presenza e con le sue parole masse popolari che, finalmente, credono sia venuto il momento del loro riscatto e il trionfo della giustizia. Ma Rossano sarà ucciso come i veri profeti, come le decine di sindacalisti massacrati in quegli anni, come Girolamo Li Puma, come Salvatore Carnevale, e come avverrà ancora nella storia più recente con le stragi mafiose degli anni Ottanta e Novanta. Il discorso di Rossano sulla dignità dell’uomo rappresenta il pensiero di Fava, il suo testamento spirituale ed ideologico insieme a cui resterà fedele fino alla fine: quel 5 gennaio 1984 quando anche lui cadrà sotto i colpi di un killer della mafia catanese, davanti al teatro Verga di Catania, dove si presentava un suo lavoro, in quella Via Dello stadio, oggi Via Giuseppe Fava.

Il comizio di Rossano 1
Il comizio di Rossano 2
Il comizio di Rossano 3

[1] Giuseppe Fava, Prima che vi uccidano, Editore Bompiani, Milano 1976, pag. 344

[2] ibidem, pag. 305


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