“La condizione postmoderna” di Jean Francois Lyotard

di Alfio Pelleriti

Il saggio si occupa del sapere e della sua stretta relazione con il linguaggio, nel contesto culturale della seconda metà del ‘900, definito dal Nostro “era postmoderna”, cioè quella delineatasi a cominciare dalla fine del XIX secolo con l’avvento della industrializzazione, del consumismo e della società di massa, caratterizzata dalle comunicazioni globalizzate sempre più veloci.

Jean-Francois Lyotard è stato colui che ha introdotto nel dibattito filosofico il termine “postmoderno” in occasione della pubblicazione proprio de “La condizione postmoderna”, nel 1979. In contrasto con la cultura moderna, che si identifica con alcune grandi narrazioni delle vicende umane allo scopo di legittimare e dare senso alla storia umana (intellettualismo illuministico), o di mettere in evidenza lo sviluppo verso un perfezionamento morale ed etico, oppure di far risaltare il dovere della liberazione dallo sfruttamento economico e culturale borghese delle masse operaie e contadine (il marxismo), il postmoderno mette in primo piano la crisi di tali narrazioni, sottolineando l’incertezza del vivere, il crollo delle ideologie e la crisi della stessa filosofia.

L’autore sottolinea la grande importanza assunta dal linguaggio mediatico ed informatizzato, grazie ai nuovi metodi di archiviazione dei dati attraverso piattaforme sempre più sofisticate che usufruiscono anche dell’apporto di sistemi satellitari. L’informazione, con tali canali tecnologici informatizzati, godrà di una costante velocizzazione e costituirà la variabile più rilevante per determinare il successo economico e produttivo di uno Stato. Essa determinerà, inoltre, una egemonia politica e culturale, ridisegnando i confini dei Paesi più ricchi e sviluppati. Naturalmente, aggiunge Lyotard, si accrescerà notevolmente la forbice tra paesi più ricchi e Paesi poveri o in via di sviluppo, con le problematiche connesse in termini di migrazioni, di aree depresse, di conflitti sociali, di guerre locali sempre più sanguinose. In tale contesto cresce la possibilità che la deterrenza, che è servita ad evitare un’altra guerra mondiale e a siglare accordi per la limitazione nella costruzione di armi atomiche, venga messa da parte, portando l’umanità ancora davanti al rischio di un annientamento del pianeta se si dovesse scatenare l’Armageddon, l’apocalisse nucleare.

Prima di avviare la sua analisi, l’autore precisa che nelle nostre società occidentali sussistono due tipi di sapere che non sempre riescono ad instaurare rapporti per cui possano crescere armoniosamente: quello scientifico o positivista, che spesso diventa solo uno strumento utile al sistema per il raggiungimento dei suoi obiettivi, e l’altro, di tipo critico o riflessivo o ermeneutico, che pone degli interrogativi sul sistema e sugli stessi paradigmi su cui si fonda. Il primo si può definire Naturwissenschaft e il secondo Geistwissenschaft.

Jean-Francois Lyoatard

Il consolidamento del sistema e la sua perpetuazione, senza scossoni rivoluzionari o riformismi radicali, si realizza grazie al ruolo sempre più importante di automatismi che mettono tra parentesi il ruolo politico ed istituzionale di organismi che in passato erano essenziali, come i partiti, le professioni, le tradizioni storiche. In futuro è molto probabile che si affermi la classe dirigente dei “decisori”, che soppianterà quella dei politici, che conteranno sempre meno, sostituiti da capi d’impresa, da alti funzionari, da dirigenti sindacali o delle professioni. Le comunità sociali saranno destinate a diventare “masse” composte da “atomi individuali”, utili soltanto per veicolare una comunicazione ben costruita, volta al controllo sociale e ridotta a meri “giochi linguistici”[1].

A proposito di linguaggio, noto come la modalità comunicativa di Lyotard sia oltremodo “fredda” e autoreferenziale, come sanno esserlo gli accademici che immaginano di interloquire con i loro studenti o con i loro colleghi di dipartimento, e che assumono dunque una tipologia comunicativa di tipo settoriale, che esclude connessioni con altri campi culturali. Pur avendo egli affermato che la narrazione è un fattore importante del sapere, sembra poi non curare la struttura denotativa del suo registro comunicativo che si presenta “gelido” e a tratti “barocco”, con i suoi continui richiami ad antropologi, sociologi, linguisti, etnologi, ecc.

La narrazione, invocata come indispensabile per tracciare i confini culturali di una comunità, viene snobbata quando interagisce con il sapere scientifico, negando qualsiasi relazione tra sapere scientifico e narrazione, in quanto la veridicità di un risultato o di una scoperta va ricercata all’interno di quel mondo di esperti: “come si comportano gli scienziati chiamati alla televisione per qualche scoperta? Narrano l’epopea di un sapere che di suo non ha nulla di epico, in tal modo soddisfano le regole del gioco narrativo…un fatto di questo genere non è triviale né scontato: si tratta di qualcosa che concerne il rapporto del sapere scientifico col sapere “popolare[2]

Il capitolo dedicato alla “legittimazione” del sapere appare abbastanza equivoco, in quanto la tesi dell’autore consiste nel presentare il sapere come non neutrale, né autonomo. Il sapere, afferma Lyotard, non può bastare a se stesso e agli scienziati che ne sono gli attori; il popolo dovrebbe esserne il soggetto e lo Stato etico, attraverso le istituzioni formative (scuole superiori) e della ricerca (università), dovrebbe farsi interprete di tale compito, trasformando un ideale in realtà concreta. “Tutti i popoli hanno diritto alla scienza”, dice il Nostro, ma il popolo, per conquistare un diritto, deve partecipare alla lotta politica, anche se potrebbe accadere che a decidere sia un sistema falsamente democratico, e il rischio di asservire la scienza ad interessi diversi dal suo Statuto epistemologico non diminuisce assegnando alla filosofia il ruolo di garante degli interessi del popolo.

Alquanto velleitaria sembra poi l’affermazione secondo cui il popolo, liberamente, si “auto fonda”, si “auto gestisce” e si “auto governa”. Sappiamo dalla storia, soprattutto quella del XX secolo, come sia difficile, se non utopistico, tale richiamo al popolo che sarebbe il soggetto del processo scientifico, economico, culturale. Stragi neofasciste, settori dello Stato deviati e collusi con movimenti terroristici e mafiosi; infiltrazioni criminali nella gestione centrale e periferica del potere ci lasciano perplessi rispetto a tali affermazioni sul popolo, che sarebbe il solo protagonista della propria storia. Nell’epoca in cui soggetti privati investono nell’Intelligenza artificiale e nella tecnologia spaziale o nelle nuove fonti energetiche, sembra davvero azzardato affermare tesi che appartenevano alla scuola di Francoforte, con i suoi Marcuse, Adorno, Horkheimer. Dice Lyotard: “Il sapere non si identifica più col soggetto, è al suo servizio; la sua legittimità consiste esclusivamente nel consentire alla moralità di divenire realtà.[3] La moralità diventerebbe realtà in un contesto socio culturale in cui un calciatore guadagna decine di milioni l’anno, mentre gli extra comunitari lavorano oggi, nel 2024, nei vigneti delle Langhe, nei campi del Trentino o del Salento o del basso Lazio o in Sicilia per 3 o 4 euro l’ora per 12/15 ore al giorno e tali salari miserrimi sono ulteriormente “tassate” dal caporale di turno con trattenute per il trasporto o per l’affitto di una branda in una baracca o in un tugurio, ove non sarebbe dignitoso vivere neanche agli animali?! La moralità sarebbe una realtà negli Stati occidentali in cui i governanti sono eletti dal 40% degli aventi diritto al voto o in istituzioni sovranazionali, come la UE, dove si consente a lobbisti di incontrare i parlamentari per fare passare leggi favorevoli ad imprese ed aziende private che operano nei vari settori produttivi? È necessaria una rifondazione del sapere, come auspica Lyotard, o una rifondazione della politica? Da tale crisi, secondo l’autore, si può uscire andando oltre il sapere neopositivista del Circolo di Vienna per approdare alle tesi di Wittgenstein che “ha delineato attraverso la sua ricerca sui giochi linguistici la prospettiva di una legittimazione di tipo diverso dalla performatività. È con tale prospettiva che il mondo postmoderno ha a che fare.”[4] Dunque, Wittgenstein contro Moritz Schlick, Otto Neurath, Einstein! La logica formale contro il criticismo e l’approccio olistico al sapere! Aristotele e Nietzsche contro una prospettiva personalistica e umanistica!

L’analisi di Lyotard si fa sempre più criptica come esige del resto il suo bisogno di trovare legittimazione al sapere nei giochi linguistici formali: “Il principio di un metalinguaggio universale è rimpiazzato da quello della pluralità dei sistemi formali e assiomatici capaci di argomentare gli enunciati denotativi, sistemi descritti da un metalinguaggio universale ma non consistente.[5] Il discorso si complica ulteriormente quando l’autore si avvia alle conclusioni definendo le prospettive di un sapere nella condizione postmoderna, rispetto alle quali non è chiaro se Lyotard lanci un grido d’allarme verso un’umanità che nel XXI secolo rischia la disumanizzazione e lo smarrimento in un cedimento ad un sapere ipertecnologico, oppure auspichi un avvento di un’era cibernetica ove non si perde tempo con interrogativi esistenziali e con approcci critici sui fondamenti del sapere, sul suo grado di eticità, sulle visioni globali nella gestione della formazione dei giovani, per puntare sull’efficienza della macchina produttiva.

Si entra dunque in una visione distopica dell’organizzazione sociale, nella quale non c’è più posto per la figura del professore e la pedagogia viene sempre più concepita come metodologia efficientista per la preparazione di esperti da inserire nell’ingranaggio produttivo: informatici, cibernetici, esperti nell’elaborazione dei dati. Il fattore umano diventerebbe secondario e l’università non si occuperebbe più della realizzazione della vita dello Spirito o dell’emancipazione dell’umanità e gli studenti si dovrebbero addestrare all’uso della tecnologia informatica per rafforzarne le prestazioni. “La parziale sostituzione dei docenti con delle macchine può sembrare una perdita, anzi un fatto intollerabile. Ma è probabile che queste narrazioni non costituiscano più la molla principale dell’interesse nei confronti del sapere. Se la molla diviene la potenza, questo aspetto della didattica classica non è più pertinente.”[6] Il capitolo finale, nel quale in genere l’autore del saggio delinea le risposte ai quesiti sollevati sul tema affrontato, fornisce una sintesi che mi è risultata incomprensibile e che, formalmente, linguisticamente, farebbe impallidire perfino Armando Verdiglione, suo coevo negli anni Settanta: “Occorre pervenire ad un’idea e ad una pratica di giustizia che non siano legate a quelle del consenso. Il riconoscimento dell’eteromorfia dei giochi linguistici è un primo passo in questa direzione. Esso implica la rinuncia al terrore, che suppone e si sforza di realizzare la loro isomorfia…ci si orienta, dunque, verso degli insiemi finiti di meta-argomentazioni, con questo intendiamo dire delle argomentazioni fondate su meta prescrizioni e limitate nello spazio-tempo.”[7]


[1] Espressione usata per la prima volta da Wittgenstein

[2] Jean-Francois Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere. Paris 1979.

Feltrinelli editore, Milano 7° ed., 2023, pag. 53

[3] Ibidem, pag. 66

[4] Ibidem, pag. 75-76

[5] Ibidem, pag. 79

[6] Ibidem, pag. 94

[7] Ibidem, pag.120


Una risposta a "“La condizione postmoderna” di Jean Francois Lyotard"

  1. Concordo con quanto scritto dal prof. Pelleriti e mi compiaccio per la sua recensione del libro di Lyotard. Credo che nel tempo che stiamo vivendo sia imprescindibile e urgente una seria riflessione sul compito delle varie agenzie educative, a partire dalla famiglia alla scuola, dalle chiese ai diversi luoghi associativi, all’ intera comunità educante. Infatti la condizione postmoderna non riguarda un solo settore dell’ attività umana, ma pervade l’ intero globo fino, si direbbe, a caratterizzare una mutazione genetica antropologica dell’ intera Umanità nelle sue innervazioni economiche, socio-politiche e psicologiche, formative e scientifiche. La velocizzazione dei processi comunicativi, la dipendenza dagli algoritmi e dall’ intelligenza artificiale, il decisionismo, il ruolo degli esperti, i linguaggi denotativi, gelidi e freddi, hanno ormai preso il sopravvento. Le tecnologie a-finalistiche e i tecnici, apparentemente neutrali e anodini, sempre più presenti, indiscutibili e dogmatici, dominano su qualsiasi altro linguaggio connotativo, umanamente empatico, che dà spazio alle emozioni e all’ affettività, finalistico, etico e morale o semplicemente significativo e dotato di senso e valore, sia individuale che collettivo e storico. Personalmente credo che per come oggi sono messe le cose, nel panorama mondiale, “i buoi siano già scappati”, e la parabola dell’ apprendista stregone divenuto vittima della sua stessa creazione, sia in pieno compimento. Il mezzo tecnico ha ormai divorato il fine e, con esso, anche il suo autore, cioè l’ uomo divenuto succube e oggetto della sua invenzione. Altro che libertà! Forse solo la poesia, l’ arte, la letteratura, la bellezza possono aprire uno spiraglio di libertà, ma solo all’ insegna della ribellione e del respingimento dei diabolici meccanismi che, invece, Lyotard sembra esaltare. La posta in gioco non è da poco: è l’ uomo nella sua più sacra dimensione, quella dello spirito critico, creativo, connotativo, divergente, del suo “cuore”, non certamente logico-matematico e geometricamente definibile. C’è chi come Galimberti dubita del successo dell’ impresa, e Crepet gli fa coro: ambedue escludono che i libri possano ormai scalzare il digitale nelle sue varie forme dalla nostra quotidianità.

    Salvatore Neri

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