di Alfio Pelleriti

Nel saggio Orwell intende dimostrare come la parola sia la condizione imprescindibile per ottenere il consenso popolare prima e per l’avvento di governi totalitari dopo. Questi, con la costrizione del linguaggio ai loro interessi, lo esautorano delle sue caratteristiche e della sua neutralità, trasformandolo in uno strumento di asservimento, e anche la storia, in tale contesto, subisce condizionamenti e strumentalizzazioni[1]. Seguono nel saggio riferimenti alla guerra di Spagna, che esemplificano come gli interessi totalitari abbiano piegato il linguaggio alle necessità delle parti contrapposte.
Si presenta cioè una nuova forma di totalitarismo che si afferma, in maniera subdola, nelle società a regime capitalistico, a partire dall’Ottocento e in particolare nel Novecento e in alcune aree, fino ai nostri giorni, con la correlata negazione della libertà per il popolo di sviluppare il senso della giustizia, della creatività, di percorsi individuali e comunitari verso la conoscenza.
Il capitalismo, in effetti, fin dalle origini, ha un suo portato di disuguaglianze, ingiustizie, iniquità, sfruttamento e dunque anche ad esso Orwell allarga la riflessione, con un’analisi del potere, la cui affermazione passa attraverso un uso distorto e strumentale del linguaggio, di cui la manifestazione più grossolana e violenta è la propaganda politica. “La propaganda provoca il declino della lingua che a sua volta precipita la politica nel caos.”[2] Non si può non pensare al romanzo capolavoro di Orwell, “1984” e al cosiddetto “bipensiero”, mutamento indotto nell’apparato psichico di ogni individuo con l’ausilio di una capillare repressione, con cui si eliminava il confine tra gli opposti, e dunque, veniva impedita ai cittadini una scelta autonoma e libera, lasciando tale possibilità soltanto al capo, al Grande Fratello, che avrebbe cavalcato la schizofrenia di massa usando un linguaggio “capovolto” e opposto rispetto alla realtà di riferimento. (Il ministero della Pace, si occupava della guerra; il ministero della Verità riscriveva i libri di storia sotto dettatura del Capo del governo). Il saggio, infatti, propone, oltre al già citato “1984” di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury, i due romanzi nei quali si ribalta la funzione della lingua e la menzogna organizzata diventa strumento per trasformare il popolo in una massa ubbidiente, prona al tiranno, ricorrendo all’omissione, alla negazione, alla falsificazione, all’invenzione. In tali contesti politici, afferma Orwell, insieme alla verità perirà ogni fatto culturale autentico poiché gli mancherebbe la libertà, sua indispensabile condizione: “la mancanza di libertà è nemica di tutte le forme di letteratura, dal giornalismo alla scrittura sociologica, alla storia, al romanzo, alla critica, alla poesia.”[3] E, come inevitabile conseguenza, il pubblico aderirà al nuovo sistema sociale rinunciando al confronto, alla critica, alla conoscenza, non comprando né libri né giornali. In tali sistemi distopici saranno necessari nuclei di resistenti per riportare tutto alla normalità e riconquistare la libertà perduta: Winston, il protagonista di “1984” e il pompiere Montag, l’eroe di Fahrenheit 451, rappresentano i “resistenti” che lottano per la difesa della polivalenza linguistica e comunicativa, per affermare i valori della democrazia e per riappropriarsi della libertà culturale di cui i libri sono il canale comunicativo privilegiato.

Nel saggio traspare un pessimismo profondo dell’autore che deriva dal constatare il pericoloso e scoraggiante arretramento degli intellettuali che spesso stanno a guardare passivamente oppure collaborano con i detentori del potere in maniera opportunistica, se non vigliacca. Si assiste infatti a cambi di casacche repentini e a tradimenti che rivelano un obnubilamento delle coscienze e a un individualismo arrogante e ottuso, poiché tutti, anche gli intellettuali, diventano consumatori, attratti dai paradisi materialistici che soddisfano la sfera passionale e istintuale: “I tanti e i pochi, tra malafede, opportunismo o ignavia distolgono l’udito dall’appello di Orwell.”[4]
E il fascismo fa di nuovo capolino e si afferma nell’evoluta e democratica Europa, e ancora si avvertono echi di grida barbare, di motti violenti, di slogan inneggianti all’annullamento dell’avversario. Il fascismo si ripresenta indossando le vesti del terzo millennio, con le facce di Orban, di Marine Le Pen, del generale Vannacci e del suo mentore, Salvini, di Giorgia Meloni, di Trump e dei sovranisti, nuovi pretoriani di un totalitarismo che vuole mettere la mordacchia a ciò che rimane della libera stampa, all’indipendenza dei giudici, alla rappresentabilità popolare del Parlamento. “La nostra è solo una sorta di distopia liquida”, dice Orwell nel suo primo saggio contenuto nel libro, “La libertà di stampa”, inserito come premessa alla “Fattoria degli animali”, scritto e pubblicato nel 1945.
Lo scrittore denuncia la tendenza dell’intellighenzia inglese ad attaccare qualsiasi libro o intervento contro l’URSS, assumendo un atteggiamento prono ed autocensorio nei confronti di Stalin, perfino sulle “purghe” degli anni 1936/38 che causarono migliaia di vittime innocenti o sull’assassinio di Trotsky. Lo stesso atteggiamento fu tenuto durante la guerra di Spagna nei confronti dei combattenti filostalinisti. Tale servilismo, dice Orwell, è passato all’opinione pubblica inglese che non si ribella di fronte a tali censure: “A un certo punto troviamo un’ortodossia, un sistema di idee che si presume debba essere accettato senza obiezioni da qualunque persona ragionevole.”[5] E la libertà d’espressione diventa la prima vittima di tale conformismo generalizzato, quello voluto da intellettuali “organici”.
La letteratura in uno Stato totalitario che elimina per statuto la verità, non può esistere. Esso condiziona a tal punto l’individuo che gli impedisce di avvertire sentimenti genuini, non compromessi dalla paura, per cui egli diventerà la grancassa del potere oppure rinuncerà alla scrittura, oppure si suiciderà, oppresso dalle sue stesse contraddizioni. La letteratura e la creatività libera sono destinate a morire nello Stato totalitario, e anche i classici verranno eliminati o bruciati come avvenne in Germania, in Italia o in URSS.
Il rischio che gli scrittori possano essere vittime di una “dottrina Zdanov[6]” esiste sempre, cioè quello di essere censurati da un sistema politico repressivo. Tuttavia tale contesto, non auspicabile, dice Orwell, dovrebbe essere preventivamente escluso proprio da una partecipazione attiva e intelligente dell’intellettuale alla vita pubblica del suo paese. Il bravo scrittore non è colui che si rifugia sdegnato nella sua torre d’avorio, ma chi scenderà in campo come cittadino attivo e condurrà le sue battaglie politiche, rimanendo libero da pregiudizi e da stereotipi, rispondendo unicamente alla sua coscienza morale ed etica.
L’intellettuale democratico dovrebbe anche evitare i condizionamenti di una certa ortodossia dominante di “sinistra e progressista” per la quale chi non si adegua viene tacciato di reazionario, borghese o fascista: “una qualsiasi dottrina politica è incompatibile con l’integrità letteraria. Questo vale anche per movimenti come il pacifismo e il personalismo che pretendono di porsi fuori dall’agone politico.”[7] Così negli anni ‘30, l’avvento del totalitarismo e poi il conflitto mondiale, spinsero la critica letteraria a considerare in una pubblicazione più il contenuto politico e sociale che la tecnica formale adottata dallo scrittore, e lo schierarsi tra fascismo e democrazia divenne essenziale nel formulare un giudizio su un’opera letteraria.
Cosa succede, dice Orwell, quando in una comunità sociale si afferma il totalitarismo riguardo alla creatività, alla scrittura in prosa, al giornalista e allo storico? Succede che pian piano muore l’interesse estetico per la ricerca e si annulla la creatività; in tale contesto la propaganda sommerge tutto e domina sovrana la menzogna. La critica letteraria, allora, si adagia sugli interessi del potere e si rende complice della repressione e, insieme ai boia, uccide con un colpo alla nuca o relegando nei campi di lavoro gli scrittori scomodi e ostinati con il loro continuo richiamo alla libertà. Dice Orwell: “Per scrivere in un linguaggio semplice e vigoroso bisogna pensare senza paura, non si può essere politicamente ortodossi.”[8] Anche solo la diffusione di certe idee contrarie alla libertà e alla democrazia agiscono come un veleno impedendo la nascita di una buona scrittura. “In un’epoca totalitaria lo scrittore in prosa non avrebbe scelta tra il silenzio e la morte.”[9]
Orwell preconizza che in un’epoca altamente industrializzata si potrà fare a meno dei libri, dei giornali e, prima o poi, anche per scrivere libri ci si avvarrà di un sistema meccanico. Un’ipotesi pienamente avveratasi nella nostra realtà iper tecnologica, con l’intelligenza artificiale che man mano sta sostituendosi alla creatività umana. “Al momento”, conclude lo scrittore, “sappiamo solo che l’immaginazione, come certi animali selvaggi, non si riprodurrà mai se tenuta in cattività. Qualunque scrittore o giornalista che neghi questo fatto aspira in realtà, alla propria distruzione.”[10]
[1] Si ricorda qui il fondamentale saggio di Roland Barthes, “Elementi di semiologia. Linguistica e scienza delle significazioni”, edito da Einaudi nel 1966. Nel saggio si afferma che La lingua è il risultato o prodotto sociale che l’individuo di una comunità può solo apprendere, come “sistema di regole”. La parola costituisce invece l’apporto individuale, essenzialmente “libero” alla comunicazione, e quindi all’attualizzazione. La prassi linguistica risiede in uno scambio continuo tra i due elementi. Non possono essere tralasciati gli studi strutturalistici di De Saussure, in particolare quelli sul rapporto tra significato e significante. L’unione tra significante e significato è dato dal segno: “il primo, il significante, costituisce il piano dell’espressione e l’altro, il significato, il piano dei contenuti.”
[2] George Orwell, Il potere e la parola, Piano B edizioni, Prato 2024, pag. 25
[3] Ibidem, pag. 41
[4][4] Ibidem, pag. 57
[5] Ibidem, pag. 65
[6] Andrej Zdanov, segretario del C. Centrale del PCUS nel 1946, dettava la linea cui tutti gli artisti e intellettuali in genere dovevano conformarsi con le loro opere. Chi si rifiutava di conformarsi alla linea del partito veniva perseguito e condannato al carcere duro nei gulag.
[7] Ibidem, pag. 113
[8] Ibidem, pag. 145
[9] Ibidem, pag. 149
[10] Ibidem, pag. 154