George Orwell, “La fattoria degli animali”, o del mutamento della rivoluzione in dittatura

di Alfio Pelleriti

Devo confessare che, almeno fino alla metà della narrazione, il romanzo di Orwell non mi ha molto entusiasmato: troppe le descrizioni necessarie per condurre il lettore in un mondo fantastico e allegorico, dove gli animali hanno assunto pregi e difetti degli uomini, dove gli sfruttati (gli animali) organizzano una rivoluzione contro i loro sfruttatori, gli uomini (Jones e i contadini della fattoria).

Esaurito tale compito, Orwell affronta le modalità, spesso tragiche, con le quali si vivono i momenti rivoluzionari: focalizza l’attenzione sul ruolo del leader che guida la fase dello scontro con il vecchio regime e con il nemico di classe; descrive come si arriva alla creazione dei quadri di comando per la gestione e il consolidamento del nuovo regime; e infine conclude la narrazione con l’affermazione di un capo che detiene tutto il potere, espunge eventuali dissidenti (Napoleon contro il suo ex compagno di lotta, Palla di Neve) e crea un corpo di veri e propri “pretoriani” che, fisicamente, eliminino chi si oppone alla “guida suprema” (i cani mastini).

Conquistato il potere c’è da ricostruire la nuova “Fattoria degli animali” e tale meta, politica ed economica insieme, costa un duro impegno agli animali. Bisogna costruire un nuovo mulino, rassodare il terreno, pensare alla semina, creare rapporti commerciali con le altre fattorie che fornirebbero prodotti che essi non hanno. Dall’alba al tramonto lavorano gli animali della fattoria, così come ordina Napoleon, perfino la domenica. E Gondrano, il cavallo da tiro, lavora più degli altri, senza risparmiarsi e oltre il tempo assegnato. Lui, come Stakanov nell’URSS di Stalin, è un esempio per tutti e ripete, mentre il sudore gli imperla la fronte, “Napoleon ha sempre ragione!” e lavora oltre ogni limite per il raggiungimento dei piani indicati dal Direttivo dei maiali. Poi una notte, durante una vera e propria tempesta, con vento turbinante e pioggia battente, si sente un forte boato e usciti tutti fuori, gli animali guardano in direzione del mulino da poco finito e constatano che è crollato, ridotto in macerie. Un sospiro prolungato e uno sbigottimento profondo dipinto nei loro sguardi sono gli effetti della triste e drammatica visione di quel cumulo di detriti e di enormi massi che erano stati usati per la costruzione del mulino, costati già un durissimo lavoro. Poi, in quel drammatico frangente, la voce di Napoleon si leva forte e sicura per annunciare al popolo attonito chi sia il responsabile di quel disastroso crollo, il nemico della loro causa, il traditore che si è venduto agli antichi oppressori: Palla di Neve. È lui il nemico che bisogna trovare e punire con la morte. Si dice spesso che la storia si ripete ed è così anche per la rivoluzione attuata da quegli ardimentosi animali della fattoria che avevano sconfitto Jones e i suoi contadini e che aveva visto Palla di Neve, alla testa dei rivoluzionari, che aveva lottato con ardimento, che, pur ferito, aveva guidato fino alla vittoria finale gli animali della fattoria. Ed ora, quegli stessi che lo avevano ammirato ricevevano quell’altro colpo: l’eroe della rivoluzione, Palla di Neve, sarebbe un traditore. Lo afferma Napoleon, il capo supremo, che come tale “ha sempre ragione”. E nella fattoria cominciano i processi sommari e tanti sono gli animali accusati di aver tramato contro la rivoluzione, e confessano reati e tradimenti mai commessi e di essere in combutta con Palla di Neve e quindi sono azzannati a morte dai feroci cani mastini di Napoleon. Clarinetto, il maiale portavoce del Dittatore, annuncia che nessuno avrebbe dovuto più cantare “Animali d’Inghilterra” ove si inneggia ai valori di libertà e di uguaglianza, poiché quegli obiettivi sono stati già raggiunti e dunque, cantare quell’inno sarebbe semplicemente oltraggioso per il Sistema.

Un regime totalitario si era instaurato ormai nella Fattoria degli animali, guidato dalla cricca che tiene in piedi e giustifica il potere assoluto di Napoleon, che assume la postura non più di un maiale ma di un umano che si regge sulle due zampe posteriori. Il dittatore, come tutti i despoti, riscrive la storia tradendone la verità e conclude accordi con chi dovrebbe essere in lotta acerrima; affama il suo stesso popolo per mantenere privilegi personali e mette mano ad esecuzioni sommarie per eliminare possibili avversari interni. Perfino Gondrano, il cavallo amico di Berta che aveva creduto nella rivoluzione e nell’edificazione di una società giusta, viene condotto al macello e Berta, la sua inseparabile compagna, diverrà sempre più triste e, insieme a Benjamin e ad altri animali combattenti della prima ora, possono leggere un solo comandamento scritto a caratteri cubitali sul muro del mulino, lì ove prima ve ne erano sette: “Tutti gli animali sono eguali ma alcuni animali sono più eguali degli altri![1]

Il breve romanzo è una “satira di estrema attualità” commentava nel 1972 il curatore della copertina del romanzo pubblicato per gli Oscar Mondadori, e si può aggiungere a tale constatazione che continua ancora ad esserlo di estrema attualità, in questa nostra epoca dei populismi e dei sovranismi e dei rigurgiti fascisti che tornano in auge, ai quali strizzano l’occhio tanti politici e giornalisti che usano la propaganda per piegare la realtà al loro tornaconto personale o di partito, puntando ad una rivalsa storica, volendo incidere sull’assetto istituzionale della nostra repubblica democratica con riforme costituzionali che potrebbero preparare il terreno ad un nuovo fascismo le cui radici, diceva Umberto Eco, non muoiono mai, poiché “l’Ur-fascismo è eterno”.


[1] George Orwell, La fattoria degli animali, Oscar Mondadori, 2° edizione, Milano 1972, pag. 125


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