Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino

di Alfio Pelleriti

Il libro, pubblicato da Einaudi nel 1973, è una raccolta di racconti brevi scritti con il taglio ironico e amaro insieme che contraddistingue la narrazione dello scrittore racalmutese. Sono guizzi di colori, un cadere di note sulle caratteristiche comportamentali e sui pregiudizi tipici del siciliano. Divertente il racconto “Il mare colore del vino”, che dà il titolo al libro, un viaggio in treno verso l’agrigentino, a Nisima, di una coppia: lei casalinga, lui professore, insieme alla cognata di lui e Nenè e Lulù, i loro figli, ragazzini pestiferi. Nello stesso scompartimento, insieme alla vivace famigliola viaggia un ingegnere vicentino diretto a Gela e a Gagliano, nel periodo dell’immediato dopoguerra, quando Enrico Mattei portava concrete speranze di lavoro e, insieme, i presupposti perché si potesse attuare finalmente un’autentica rivoluzione sociale ed economica per il popolo siciliano. Il professore e la moglie, tuttavia, non erano propensi ad esternare ottimismo sull’argomento, anzi manifestavano dubbi e una radicale critica nei confronti di quel progetto che con tanta fiducia e convinzione voleva realizzare l’ingegnere. Erano perplessi di fronte all’attivismo di Enrico Mattei e alla sua certezza di portare ricchezza ai siciliani, e, con leggera ironia ma con forte convinzione, affermavano che tutte quelle promesse sarebbero finite “a farsa”, e che, se davvero a Gela c’era il petrolio se lo sarebbero portato a Milano: “Così finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano… Meglio non parlarne.”[1]

A conclusione dell’incontro, prima dei saluti, il professore dice la sua su un argomento che suppone, da buon siciliano, di conoscere a fondo e cioè il triste fenomeno della mafia. Ebbene su tale argomento volle rassicurare il forestiero: secondo lui la mafia era un’invenzione, non esisteva proprio, e che ciò che addebitavano ad essa era solo il frutto della fervida fantasia dei giornalisti del Nord Italia, giusto per diffamare il buon nome della Sicilia.

Fino agli anni Ottanta del Novecento, io l’ho constatato, era diffusa tale opinione, nonostante si fosse in piena guerra di mafia e i cadaveri si contavano a centinaia a Palermo e a Catania. Combattere il male o semplicemente esprimerne una condanna, vivendo in Sicilia, potrebbe costare caro. Bene che vada potresti essere isolato ed evitato anche da chi consideravi amico, o certamente irriso e giudicato un po’ matto, o uno che se le va a cercare.   


[1] Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino, Einaudi editore, Milano 1973, pag. 51


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