Incubi

di Alfio Pelleriti

Hai mai provato la sensazione strana, allucinata, onirica d’essere in veglia e cosciente, eppure di essere convinto di trovarti nell’atmosfera cupa di un incubo? Quei sogni in cui ti ritrovi solo in un ambiente inconsueto, illogico, dove il cinismo e la cattiveria sono la normalità e tu che credi d’essere nel giusto, ma ti senti isolato, diverso, osservato, deriso, con sensi di colpa che affiorano per eventi sfumati di cui non hai ben nitido il ricordo, ma che senti tuttavia la responsabilità del reo, e ti accingi, prono, a confessar la colpa tutta intera? Si addensano scarti d’immagini ma svaporano veloci e vano è lo sforzo di trattenerli lì nella memoria che sta su un labile crinale, tra il cosciente e il subcosciente. E sgrani vieppiù gli occhi esterrefatto e invano vuoi celarti agli altri, magari dietro una porta, in una zona d’ombra, assumendo un’aria indifferente. Ma tutti ti guardano, ti sentono, sono capaci di leggere ogni tuo pensiero, di scorgere ogni tuo timore e scoprono la tua debolezza, una strana sindrome che impedisce di muovere i tuoi arti. Gli occhi rimangono aperti e ti obbligano a percepire quella scena che, in ogni suo particolare, ti fa trasecolare, ti fa raggelare il sangue nelle vene e ti trasforma in una statua di sale, fragile ed immobile che potrebbe crollare al primo soffio, ad un semplice batter d’ali.

Ti è successo mai di provare poi quel tonfo al cuore che scuote e riporta infin nel tempo e nello spazio del reale, proprio quello che sembra lo scoglio cui aggrapparsi prima di guadagnar la riva, pur contenendo tutti gli elementi della tua fragilità?

Ti rialzi, ti prepari al nuovo giorno, ma sei lì inserito in un tassello, uno tra i tanti, che si trascina, spinto come foglia da un vento gelido verso mete che non vuoi, cui non aspiri, che ti sono estranee e che sarebbero per te inospitali. Sei, insomma, in una logica che non è la tua; costretto a parlare una lingua che al silenzio ti costringe perché non è la tua. Ospite indesiderato, ti ritrovi in un desco che accoglie commensali sconosciuti, severi, burberi, che vestono una medesima divisa e alle spalle portano una toga, quella nera di giudici inflessibili. Poi, ad un tratto, all’unisono girandosi, ti guardano ghignando.


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