Pavel Florenskij, “Non dimenticatemi” – Lettere dal gulag

Alfio Pelleriti

Pavel Florenskij, intellettuale e scienziato geniale, dedicò tutta la sua vita alla ricerca, all’epistemologia, allo studio della Natura e dell’uomo, anche nei momenti più difficili e drammatici. Nella sua visione del mondo ogni settore disciplinare era meritevole d’attenzione, poiché ritenuto “organismo” appartenente ad un unicum, ad un Tutto, ad una sola sostanza, aspetto fenomenico di un unico noumeno. Si occupò infatti, di matematica teorica, di fisica, di elettronica, di botanica, ma fu anche storico dell’arte, filosofo, studioso di lingue antiche e di semiotica, di estetica e di letteratura, esperto di simbologia, oltre che di teologia. A ragione venne definito “Leonardo da Vinci della Russia”.

Nonostante tale immenso contributo dato alla cultura russa, egli fu perseguitato fin dal 1928, quando fu arrestato e condotto alla Lubianka, sede dei servizi segreti sovietici, poi rilasciato ma segnalato come elemento socialmente pericoloso. Nel 1933 sarà di nuovo arrestato per iniziare il suo calvario all’interno dell’arcipelago Gulag: prima in Siberia, poi nell’estremo Nord delle isole Solovki, al Circolo polare, da cui uscirà solo per essere condotto alla morte con altri duemila internati, nei pressi di Leningrado, nel dicembre del 1937.

Pavel Florenskij nel 1909

Pavel Florenskij nacque a Evlach (Azerbaigian), il 9 gennaio 1882. Laureato in matematica e fisica, studiò presso l’Accademia Teologica di Mosca lingue antiche, scienze bibliche, liturgiche, patristiche e ascetiche. Maturò la scelta di diventare sacerdote ortodosso nel 1910, ponendo al centro della sua visione religiosa il dogma trinitario come principio fondante dell’ontologia cristiana. Nel 1914 fu pubblicata l’opera più importante, considerata una “summa” del pensiero ortodosso, “La colonna e il fondamento della verità”, un’analisi filosofico-scientifica della struttura cosmologica relazionata al secondo principio della termodinamica e al ruolo fondamentale che in esso svolgono l’entropia e i principi di “asimmetria e di irreversibilità” (“Essere nel tempo, significa essere irreversibile. Essere nello spazio, significa essere asimmetrico. Essere nello spazio tempo è sinonimo di essere irreversibile e asimmetrico.”[1]). Una vera e propria passione lo avvicina a tutte le manifestazioni della Natura e a tutti i suoi ambienti, ma non con un afflato romantico, bensì con il bisogno di capirne la complessità, la sublime bellezza, la delicata armonia messa a rischio dagli uomini d’ogni epoca che hanno cercato di sfruttarne le risorse depredandola, sporcandola, deturpandola, spesso irreparabilmente.

Tali interessi emergono nelle lettere che padre Pavel scrisse alla moglie, alla madre e ai suoi cinque figli nell’inferno del campo di lavoro, raccolte nel libro “Non dimenticatemi” che qui si propone. Nelle lettere è presente l’amore infinito per la sua famiglia, trasmesso attraverso consigli su come intervenire nell’educazione dei bambini; sull’importanza dello studio delle lingue straniere; su quali letture proporre e sulla metodologia didattica da intraprendere (lettura a voce alta); sull’importanza dell’osservazione delle piante e sull’opportunità di abituare i ragazzi alla realizzazione di schemi e disegni delle piante o di piccoli animali. E ancora, vi si trovano comunicazioni sul suo lavoro condotto nel campo di prigionia alle Solovki e sugli esperimenti condotti sulle alghe e sull’agar-agar, nella convinzione che da quel microcosmo si potesse risalire al macrocosmo, e come da un’alga o da un pezzo di ghiaccio si potesse poi passare a riflessioni sull’osservazione delle stelle o da considerazioni storiche a quelle sui grandi compositori, in particolare Beethoven, Mozart, Bach, Schumann; o sulla letteratura e in particolare Goethe, Puskin, Shakespeare, i classici greci.

Secondo e definitivo arresto 1933

Sia nelle lettere che nel suo testamento spirituale, in appendice all’epistolario, si evidenziano sentimenti nobili che attengono l’amore per la sua famiglia e per l’umanità tutta, in un uomo, in quel momento, sottoposto a condizioni di vita estremamente precarie, consapevole di essere stato condannato innocente e segregato in un luogo dalle condizioni al limite della sopravvivenza, essendo certo che quella sua permanenza in carcere sarebbe terminata solo con la sua morte.

Ciò che mi ha colpito in queste sue lettere è l’assenza di riferimenti diretti ad aspetti religiosi, magari solo per darsi forza, per consolarsi o per lasciare alla famiglia una meta ideale cui tendere. Poi ho capito che tutto l’epistolario costituisce una preghiera. Padre Pavel accetta il “calvario”, non si lamenta delle condizioni di vita all’interno del gulag, se non per l’inclemenza del tempo che spesso gli impediva di condurre al meglio le sue osservazioni sull’ambiente circostante in quel desolato deserto di ghiaccio delle isole Solovki, di cui tuttavia non manca di apprezzarne qualche aspetto: stupende le descrizioni delle aurore boreali. Così come è una preghiera la comunicazione, sempre lucida e pacata insieme, che instaura con i figli, con la moglie e la madre, che evidenzia l’ardente spiritualità che lo sostiene e la consapevolezza che la fede cristiana consiste nell’accettare fino in fondo la Croce, trasformandola in Amore, sull’esempio di Cristo. Questo è il paradosso e la vera antinomia della ragione: vivere come Cristo che muore amando, che accetta la croce da innocente per salvare l’umanità. Del resto, la sua tensione morale e spirituale era già emersa in occasione del primo arresto, quando si autoaccusò per salvare altri giovani che erano stati arrestati con lui; quando, dopo essere stato rimesso in libertà, rifiutò di emigrare a Parigi, rinunciando con tale scelta, ad una vita comoda e piena di sicuri successi professionali per condividere il destino, che si profilava amaro, del suo popolo.

Nelle lettere si trovano delle vere e proprie perle di saggezza, delle riflessioni che testimoniano di una sensibilità culturale che sarà tipica di generazioni future e che lui anticipa, almeno di cento anni, su svariati temi. Per esemplificare e rendere comprensibile tale impegnativa affermazione propongo alcuni passaggi tratti dall’epistolario. Ecco cosa consiglia alla nipote scoraggiata per qualche insuccesso scolastico e con poca fiducia in se stessa; un problema che ogni insegnante incontra con i suoi allievi, in cui ogni genitore incappa con i suoi figli: “Cosa devi fare allora? Per prima cosa bisogna acquisire certe nozioni che sono necessarie indipendentemente dal mestiere che farai in seguito: lingue, letteratura, matematica, fisica e scienze naturali, disegno, pittura e musica… impara ad esporre i pensieri, i tuoi e quelli degli altri, impara a descrivere; acquista l’abitudine a un atteggiamento attento verso la parola, lo stile, la costruzione…leggi ogni giorno almeno una pagina, ma assolutamente a voce alta, e cerca le parole sconosciute nel vocabolario.[2]

Alla figlia Olecka consiglia: “Faresti bene a leggere qualcosa della storia della musica… cerca di meditare ciò che ascolti, quando frequenti i concerti…sai, cara figliola, qual è la cosa più importante? Non scoraggiarti, lavora, cresci e accumula cognizioni ed esperienze. Se nel leggere i libri, non capirai qualcosa, non turbarti, lo comprenderai a poco a poco in futuro. La bellezza non è una cosa nella quale si possa penetrare immediatamente.”[3]  

Con la moglie Anna e il primogenito Vasilij. 1915

Alla moglie Annulja sull’educazione della bambina: “Cerca di rendere la sua infanzia almeno un po’ gioiosa e luminosa. Mi rendo conto che farlo per te è molto difficile, ma fa’ questo sforzo lo stesso, perché lei possa avere ricordi piacevoli degli anni dell’infanzia. Raccontale qualcosa. Ciò l’aiuterà a svilupparsi e le darà interesse. La gioia della vita non è data dalle grandi opere ma da sciocchezzuole felicemente trovate: un pezzo di carta spesso dà più gioia di gioielli, e una scomodità, ma poetica, vale più di grosse comodità.[4]

Al figlio Mik confida alcuni segreti per gustare e capire la vita e la bellezza della natura e del mondo, crescendo in armonia e nella gioia con se stesso e con gli altri: “gli uomini imparano dalla natura. Cerca di osservare com’è fatta una foglia, un fiore, i tessuti, e disegnali, formandone uno schema, cioè cercando di capire qual è il rapporto delle varie parti…sogno sempre il giorno in cui avrai imparato a suonare e con ciò avrai reso molto contento il tuo papà.[5]

Alla figlia Tika: “Quando leggi un libro fai attenzione a come è scritta ogni parola e dov’è la punteggiatura: così imparerai molto in fretta. Fai poi più dettati, anche se di poche righe, ma fanne ogni giorno e con grande attenzione.[6]

Qualche cedimento emotivo si riscontra quando scrive alla madre: “Qui non si sente il suono interiore della natura, la parola interiore della gente. Tutto scivola, come in un teatro d’ombre, e i rumori giungono dall’esterno, come un qualcosa di inutile e fastidioso, o come chiasso, perché non c’è la musica delle cose e della vita; io stesso non riesco a capire fino in fondo perché sia così, ma questa musica non c’è. C’è solo la risacca e l’ululato del vento.[7]

Alla moglie, sui suoi figli: “I figli li percepisco a tal punto dal didentro, ognuno come qualitativamente diverso dall’altro, che non posso contarli e non posso dire se siano pochi o tanti. Quanto e molto sorgono là dove le unità sono sostituibili. Invece ognuno dei figli è insostituibile ed unico, e perciò essi non sono né tanti né pochi, non si possono contare.[8]

Nel laboratorio della stazione dei ghiacci: 1934

Al suo caro Mik: “Nessuno vuol riflettere sul fatto che chi distrugge i fiori, gli alberi, gli uccelli, lui stesso si priva della loro bellezza. Nessuno si preoccupa della pulizia, tutti buttano via pezzi di carta, scatole, vetro, stracci, e poi alle stesse persone dà fastidio vedere tutto sporco…Tu invece cerca di agire in modo che la tua condotta possa diventare norma per tutti.[9]

Alla moglie una considerazione amara sul mondo: “La vita è fatta in modo che si può dare qualcosa al mondo solo pagandone poi il fio con sofferenze e persecuzioni. E più il dono è disinteressato, più crudeli sono le persecuzioni, e dure le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma di base…per il dono della grandezza è l’uomo che deve pagare col suo sangue. E la società fa di tutto perché questi doni non le siano offerti.[10]

Consiglio vivamente di leggere le opere di Pavel Florenskij, e in particolare “Non dimenticatemi”, le lettere dal gulag delle Solovki che tanto lo avvicinano a Dietrich Bonheffer[11], impiccato nel lager nazista di Flossemburg e ad Etty Hillesum[12], morta nel novembre del 1943 nella camera a gas ad Auschwitz. 


[1] Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi, Oscar Mondadori, Milano 2013, pag. 268

[2] ibidem, pag.67

[3] Ibidem, 91

[4] Ibidem, 159

[5] Ibidem, 162-163

[6] Ibidem, 218

[7] Ibidem, 317

[8] Ibidem, 351

[9] Ibidem, 362

[10] Ibidem, 375

[11] Le lettere dal 1943 al 1945 son contenute in “Resistenza e resa”

[12] Lettere dal 1941 al 1943, Adelphi editore


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