Alfio Pelleriti

Il protagonista del romanzo, introverso, insicuro, alquanto contraddittorio, insomma infelice, non può non rappresentare le debolezze e le incertezze di Dostoevskij. Il breve lavoro si presenta nella prima parte come un saggio filosofico, strutturato in forma dialogica tra un fervente razionalista ciecamente fiducioso nelle indagini scientifiche e nel progresso che esse determinano sulla vita degli uomini e un romantico, disponibile a coltivare qualche “certezza” ma solo tra quelle derivanti dalle relazioni umane in termini politici, filosofici, religiosi. Entrambi i punti di vista, tuttavia provengono da un soggetto che fondamentalmente resta scettico e non può e non vuole eliminare i dubbi che caratterizzano la sua esistenza.
Il lettore, infatti, spesso ha l’impressione di leggere, sotto mentite spoglie, “Le anime morte” di Gogol o “Il processo” di Kafka o “L’uomo senza qualità” di Robert Musil. In fondo Dostoevskij con questo suo lavoro, pubblicato nel 1864, sta segnando una svolta nella sua produzione letteraria indicando ai suoi lettori un “manifesto programmatico” cui si ispirerà con i suoi grandi romanzi, da “Delitto e castigo” ai “Demoni”, da ”L’idiota” ai “Fratelli Karamazov”. All’uomo del “sottosuolo” infatti somiglierà Raskolnikov o il principe Mjskin, uomini che non hanno fiducia in se stessi, che non possono essere definiti altrimenti che “anti eroi” o uomini “libreschi” che cioè s’appiccicano addosso caratteristiche non reali: “In ogni momento, perfino nel momento della più forte bile, ero vergognosamente conscio dentro di me che non solo non ero un uomo maligno, ma nemmeno inasprito, che non facevo che spaventare i poveri senza costrutto e con questo mi consolavo.”[1] E ancora: “Molte volte ho voluto diventare un insetto…sono convinto che non solo la troppa coscienza, ma anche qualunque coscienza sia una malattia.”[2]
Nella seconda parte delle “Memorie” che si intitola “A proposito della neve bagnata” si trovano ancora delle riflessioni o “memorie” del protagonista ma si inserisce un episodio che vede il protagonista insieme ad una giovane donna, rapporto condizionato dalle caratteristiche psicologiche già annunciate nella prima parte. Lei è un’aspirante prostituta che lo segue, su suo invito, a casa sua, poiché crede che con quell’uomo possa finalmente dare una svolta positiva alla sua vita, è infatti fiduciosa e contenta e sente di amarlo. Ma il rapporto non si concluderà così come lei credeva perché sarà messa alla porta da quell’uomo che prima l’aveva convinta di cambiar vita, che l’aveva illusa dichiarandole affetto, ma proprio quando lei manifesta tutta la sua disponibilità, declina ogni responsabilità dichiarandole che vuole restare libero da impegni sentimentali. Sì, perché “l’uomo del sottosuolo” critica l’uomo comune, ritenendosi egli unico, eccentrico, inimitabile, ma concretamente poi, causa la sua mediocrità, non può e non vuole allontanarsi dal senso comune. “Temevo anche, fino a farne una malattia, d’essere ridicolo e perciò servilmente adoravo l’uso comune in tutto ciò che riguardava l’aspetto esteriore, mi inoltravo con amore nella carreggiata comune e dentro di me temevo con tutta l’anima ogni eccentricità.”[3] Nonostante tale sentimento, era attanagliato dalla paura di essere diverso dagli altri: “Mi tormentava che nessuno mi somigliasse, e di non somigliare a nessuno. Io sono uno solo, e loro sono tutti, e mi facevo pensieroso.”[4]

Questi tormenti esistenziali che nullificano ogni scelta individuale costituiscono, dice l’autore, il focus del sentire romantico russo che coniuga, senza scandalizzarsi, “il bello e il sublime” con il prosaico tornaconto utilitaristico che, per esempio, un ricco borghese o un uomo potente possano elargirgli, senza con ciò provare un minimo di senso di vuoto, senza alcun senso di pentimento o di autodenigrazione. Certo, egli avverte un senso di malinconia, che combatte immergendosi nella lettura. E infatti ubriaca la povera Liza di parole non sentite, estrapolate dai libri; la ammonisce e le rifila delle lezioncine leziose sull’amore coniugale, sulla lealtà e sulla gioia di vivere in una famiglia “normale” dove tutti si rispettano. Ed è così convincente che Liza cade ai suoi piedi e, felice, crede di aver trovato l’uomo della sua vita, l’uomo che finalmente le avrebbe dato una speranza e quella fiducia in se stessa che aveva perso negli anni della sua adolescenza; e riprende a sorridere come da bambina. Purtroppo Liza aveva incontrato un “uomo del sottosuolo” che aveva solo indossato una maschera disonesta e menzognera. Quando Liza lo va a trovare a casa conoscerà il suo vero volto e la brutalità del suo malanimo e del suo egoismo: “aveva capito benissimo che ero un uomo abietto e, soprattutto, che non ero in grado di amarla…Volevo che sparisse. Desideravo la tranquillità, desideravo rimanere solo nel sottosuolo.”[5]
A conclusione del racconto, Dostoevskij lascia ai lettori una chiave di lettura con cui potere interpretare i grandi romanzi della maturità cui si dedicherà da lì a poco: “Noi sentiamo perfino il peso di essere uomini: uomini con un autentico e nostro corpo e sangue; ce ne vergogniamo, lo consideriamo come un disonore e cerchiamo di essere non so che immaginari uomini universali. Siamo nati-morti.”[6]

Ebbene, nessun commento a questa affermazione di Dostoevskij che suona come una sfida al lettore al quale sembra rivolgersi dicendogli: “forza, sto parlando con te! Sì, proprio con te, lettore del XXI secolo. Sei soddisfatto, lì sdraiato sul tuo comodo divano? Sei sicuro d’essere diverso dagli altri? Ti credi unico e perfetto, tanto da poterli irridere tutti, quelli che incontri ogni giorno, dedicando loro più tempo di quanto ne dedichi ai tuoi figli. Non hai paura tu, d’essere unico, eccentrico, diverso? E come andrai, così diverso, incontro alla morte? Sì, forse conviene adeguarsi al senso comune e irridere il matto di turno! O meglio, gli affibbiamo l’epiteto di matto per poterci distinguere dalla sua peculiarità, dal suo modo di parlare, così prolisso, senza che abbia alcun senso del limite, così sopra le righe e intento sempre ad affermare se stesso! Ma chi crede di essere lui, così mediocre, così supponente, così banale, così pazzo! E guardandoti allo specchio la mattina, sorridi soddisfatto snocciolando quelle quattro cosucce che, come gli altri, hai realizzato, senza infamia e senza lode. Eppure credi di valere più degli altri, pensi d’essere buono, ma non troppo, il giusto, per poter dare spazio anche alla capacità di reagire a una offesa con violenza, se occorre, davanti all’arrogante e al prevaricatore… Beh, dopo aver valutato bene l’avversario che dev’essere attaccabile, abbastanza debole da essere sopraffatto da uno come te, uomo normale. Certo bisogna anche avere la giusta dose di razionalità e valutare l’avversario: se è muscoloso, alto e agile, bisogna lasciar perdere e far finta di non aver sentito, di non aver capito. E lo stesso comportamento conviene adottare nei confronti del potente, di cui si può aver sempre bisogno. Per vivere, del resto in questo arido deserto ch’è la nostra vita bisogna aver fantasia e intelligenza e saper distinguere la realtà con le sue leggi, dagli ideali con le sue tante fantasie. Per esempio quando vai in chiesa e partecipi alla celebrazione della Santa Messa e ti poni innanzi alla parola del Vangelo, stai ben attento a non prendere tutto alla lettera! Infatti ti ripeti che non si può rinunciare alle tante piccole e grandi soddisfazioni che ti concede la vita: come si fa a vendere tutto e il ricavato darlo ai poveri e darsi poi alla preghiera? Non ti è possibile, e passi oltre, senza alcun senso di colpa, prendendo dal Vangelo quello che è possibile, il resto, ciò che è al limite del buon senso, lo lasci cadere. In fondo che ne sappiamo di questo racconto? Di Gesù, dici! È vero? È inventato? Che ne sappiamo, ti ripeti! Ma sì, facciamo quel che possiamo e se ci stiamo sbagliando, pazienza! In fondo non rubiamo né abbiamo ammazzato qualcuno! Lavoriamo e tiriamo avanti come tutti, e Dio è misericordioso e ci capirà e ci perdonerà! Sì, certo, siamo mediocri! Non siamo certo eroi o di quei matti che scelgono di morire per essere coerenti con gli ideali; egoisti, che non pensano ai loro figli che resteranno orfani e alle mogli che resteranno vedove. Non si può certo seguire chi dà di matto! È giusto invece seguire i modelli dominanti, i comportamenti comuni, ratificati dalla consuetudine, normali insomma. Ad esempio, sei al circolo, come ogni sera, a discutere sui massimi sistemi con gli amici? Bene, ti distingui prima tu e poi, a turno, anche gli altri, per le riflessioni profonde che rimandano a valori universali, al rigore morale, ad imperativi etici, a comportamenti coraggiosi e severi. Bene, ad un tratto entra l’onorevole tuo compaesano… lo noti, egli ti nota, e come tutti, ti alzi in piedi, sorridi, ti metti in fila ad aspettare il turno e lo saluti, con gentilezza, chinando lievemente il capo e azzardando un “come stai?”, compiacendoti per la sua buona salute e infine, ti accomiati rinculando, sorridendo, lievemente. Insomma, bisogna pur sapere stare al mondo! Sì, di “uomini del sottosuolo” son piene le nostre città, le province tutte.
[1] Fedor Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, Einaudi, Torino 2014, pag. 6
[2] Ibidem, pp. 8-9
[3] Ibidem, pag. 46
[4] Ibidem, pag. 47
[5] Ibidem, pp. 127/129
[6] Ibidem, pag. 132