Alfio Pelleriti

Le ultime statistiche informano che tre operai al giorno muoiono a causa di incidenti sul luogo di lavoro. Una vera e propria strage che si consuma ancora, come in passato, perché spesso non si rispettano le norme sulla sicurezza che la legge impone per le ditte appaltatrici per l’esecuzione di lavori per conto dello Stato o di privati. Vige ancora lo sfruttamento dei lavoratori in tutti i settori produttivi, dall’industria all’agricoltura, al terziario e sono ancora molti coloro che vogliono avere illeciti profitti non garantendo un lavoro sicuro e dignitoso. Ancora, come nel lontano passato, i lavoratori vengono sfruttati da imprenditori senza scrupoli che sottopongono uomini e donne a orari di lavoro che superano di molto le otto ore previste dalla legge; ancora nelle campagne si assiste alla pratica del caporalato a danno soprattutto di immigrati stranieri più facilmente ricattabili e sottopagati per la raccolta della frutta, degli ortaggi, nelle serre, negli stabilimenti zootecnici, senza alcun rispetto della dignità delle persone. Le leggi dello Stato continuano ad essere trasgredite da chi cerca di aumentare i profitti calpestando i diritti dei lavoratori, praticando l’assunzione in nero di dipendenti che avranno pensioni al minimo dopo tanti anni di duro lavoro.
Si gridi a gran voce “Viva il 1° Maggio” per questa umanità sfruttata dall’ingordigia di imprenditori disonesti; “Viva il 1° Maggio” perché nella nostra Italia democratica e antifascista si affermi finalmente lo Stato di diritto e un lavoro che rispetti la tutela e la dignità delle persone.

Ma è anche doveroso oltre che necessario ricordare quei sindacalisti che in passato in difesa della dignità del lavoro lottarono e caddero per mano assassina, che alzarono la loro voce in difesa dei lavoratori contro ogni tipo di ricatto, che affrontarono con coraggio mafiosi e manutengoli. Ricordiamo coloro che morirono in difesa dei lavoratori nella Sicilia del secondo dopoguerra. E innanzitutto le undici vittime innocenti cadute nel 1947 a Portella della Ginestra, lì convenuti per festeggiare il primo Maggio. Su quei contadini, sulle donne, sui bambini spararono gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, insieme a fascisti della X MAS, per contrastare il vento nuovo della democrazia calpestata per un ventennio.
La mafia fu utile in quegli anni del dopoguerra sia al comando delle forze alleate, sia agli agrari, al fine di contrastare il movimento contadino che chiedeva l’assegnazione delle terre incolte dei feudi. I grandi proprietari terrieri non volevano perdere nulla sia in termini economici che di prestigio sociale e si rivolsero ai prefetti ma anche ai capimafia per mantenere l’ordine sull’isola. Molti agrari, specie nella Sicilia occidentale, arruolarono campieri di fiducia che non erano altro che mafiosi che entravano direttamente nella gestione del feudo senza l’intermediazione del tradizionale gabellotto.
Calogero Vizzini divenne gestore del feudo Miccichè della principessa di Trabia, Giulia Florio D’Antes; i principi Lanza di Trabia presero come fiduciario Giuseppe Genco Russo, appena uscito di galera; Vanni Sacco, capomafia di Camporeale, ebbe in gestione il feudo Parrino; Luciano Leggio ebbe un feudo nei pressi di Corleone.
Una vera e propria guerra fu dichiarata al movimento contadino e agli esponenti socialisti e comunisti, facendo registrare 52 vittime tra dirigenti politici e sindacalisti tra il 1944 e il 1960.
La dichiarazione di guerra cominciò con l’attentato di Villalba del 16 settembre 1944, in occasione di un comizio del segretario del PCI in Sicilia, Girolamo Li Causi. Quello era il paese di Calogero Vizzini, che diede l’ordine di sparare. All’aggressione partecipò lo stesso sindaco, nipote di Vizzini, che lanciò una bomba a mano contro i comunisti. La DC a cui apparteneva il sindaco era in quel caso e lo sarà in tanti altri, alleata della mafia.
A Caccamo, negli scontri di piazza con le forze dell’ordine, si ebbero quattro morti e 21 feriti tra le forze dell’ordine e 20 morti e 60 feriti tra i contadini.
Giuseppe Maniaci fu ucciso a Terrasini (PA) il 22/10/1947. Era il segretario locale della Federterra. Le forze dell’ordine esclusero il movente politico, come avverrà sempre nei casi di assassinio di esponenti politici e sindacali, anzi erano le vittime che venivano presentate come dei pessimi soggetti.
Placido Rizzotto, sindacalista socialista e dirigente della Federterra, segretario della Camera del Lavoro locale, fu ucciso a Corleone il 9/03/1948, quando vigeva lo strapotere mafioso di Michele Navarra e di Luciano Liggio, che sarà il suo assassino, poi assolto per insufficienza di prove. I resti di Placido Rizzotto vennero ritrovati solo nel 2009.

E poi cadde per mano mafiosa Salvatore Carnevale a Sciara, Epifanio Li Puma a Petralia, Stefano Cangelosi a Camporeale e il 30 aprile del 1982 cadrà Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista italiano.
Molte di quelle uccisioni rimarranno impunite nonostante i processi. Si vuole qui ricordare in particolare Salvatore Carnevale, attraverso un componimento in versi di Ignazio Buttitta e presentato nelle piazze siciliane dal cantastorie Ciccio Busacca negli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo e più recentemente dalla cantante Matilde Politi.
Ignazio Buttitta si assunse il compito di dare voce a chi mai l’aveva avuta, e saltando a piè pari la tradizione dei guitti e della recitazione claunesca, pose innanzi al cuore e alla mente del lettore la verità storica, l’ingiustizia e le vessazioni cui era stato sottoposto il popolo; denunziò i profittatori, il collateralismo colpevole dei grandi agrari; l’ipocrisia e l’arrivismo di certi politici; la violenza bestiale e l’infinita cupidigia della mafia. Fu un novello aedo Buttitta, capace di fare affiorare l’ethos popolare.

Da “Lamentu per la morte di Turiddu Carnevale” di Ignazio Buttitta
Non so, caro Alfio , se chiedere e ottenere che non ci siano morti sul lavoro sia chiedere la Luna; non so se chiedere oneste statistiche governative sugli occupati, che non conteggino come occupato anche chi lavora due o tre giorni al mese, sia pretendere dati impossibili, so però per certo che l’ attuale governo continua a ignorare i problemi reali del Paese Italia per nutrirsi di propaganda e privilegi verso i più forti e fortunati. Nella Repubblica fondata sul lavoro è proprio questo a difettare o a mancare di sicurezza. I tempi eroici che hai rievocato, con nomi e cognomi di martiri e carnefici, ma soprattutto di lotta ideale, purtroppo sono stati dimenticati da una certa Sinistra e sono anche misconosciuti dalle nuove generazioni, troppo irretite nelle maglie del consumismo e nelle nebbie di Internet. La scuola fa poco, le famiglie fanno niente, le chiese sopravvivono di escatologia, il futuro resta nelle mani dei furbi e dei disonesti. Quando ci sveglieremo dalla narcosi? Non sarà forse troppo tardi?
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