“L’idiota” di Fedor Dostoevskij, geniale e straordinariamente contemporaneo

Alfio Pelleriti

Non credo esista narratore abile, elegante, geniale, affabulatore, conoscitore dell’animo umano come Fedor Dostoevskij. Questa sensazione la si coglie alla lettura d’ogni suo romanzo e ti sorprende la naturalezza con la quale procede da una breve descrizione d’un ambiente all’analisi psicologica dei personaggi che lo abitano, ad una riflessione sociologica o filosofica sulle loro scelte esistenziali. Ne L’idiota pian piano si prende confidenza con loro, anche con i più scorbutici e contraddittori, come Rogozin che sembra uscito da un orrido incubo o col protagonista, il principe Myskin, che da squattrinato diventerà ricco grazie ad un’inaspettata eredità, ed è per tal motivo che rientra in Russia, a Pietroburgo, dalla Svizzera dove è stato in cura per una depressione causata e aggravata da una forma di epilessia che spesso lo assale. Il lettore farà la conoscenza dell’astuto Lebedev, pronto ad offrire i suoi servigi al ricco e ingenuo principe, che sarà ospitato dal generale Epancin, sposato con Lizaveta Prokòf’evna e lì conoscerà le sue tre figlie: Alexandra, Adelaida ed Aglaja, la più giovane che tante sofferenze e poche gioie gli regalerà.

Quando si legge un romanzo di Dostoevskij si ha l’impressione di stare vicino a un uomo speciale che riesce magicamente a toccare le corde più intime della tua anima, soprattutto quando le riflessioni dell’autore diventano un canto alla libertà, alla tolleranza, alla giustizia e alla solidarietà umana e proprio nelle prime pagine, infatti, impressiona la sua sensibilità ad un tema che si dibatte anche nel nostro tempo che riguarda la condanna alla pena di morte comminata dai giudici per reati ritenuti dalle leggi di uno Stato particolarmente gravi. Lo scrittore ritiene la pena capitale non degna di uno Stato civile, e ne è tanto convinto perché aveva provato sulla sua pelle cosa significa trovarsi davanti al plotone d’esecuzione, dopo avere contato i minuti della notte precedente l’alba del suo ultimo giorno: “ Il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece di sapere con certezza che, ecco, tra un’ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima volerà via dal corpo, e non sarai più un uomo, e questo ormai è certo…uccidere chi ha ucciso è un castigo senza confronto maggiore del delitto stesso. L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco…nella certezza che non sfuggirai alla condanna sta tutto l’orrore del tuo tormento, e al mondo non c’è tormento maggiore di questo.[1]

Altro tema sottolineato dall’autore è quello inerente il ruolo che genitori ed insegnanti assolvono nei confronti dei fanciulli, che dovrebbero essere trattati sempre con amore e con vicinanza umana, consentendo loro un armonico sviluppo delle potenzialità naturali, non soffocandoli con la pedanteria, con inutili e opprimenti divieti, con gratuite, ottuse, ingiuste punizioni. “Al fanciullo tutto si può dire, tutto; mi ha sempre colpito il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i fanciulli, quanto poco anche i padri e le madri conoscano i propri figli. Ai fanciulli non si deve nasconder nulla col pretesto che son piccoli e che è troppo presto perché essi sappiano. E come i ragazzi stessi si avvedono che i padri li considerano troppo piccoli e incapaci di capire, mentre essi capiscono tutto![2]

Fedor Dostoevskij

Stupenda, a tal proposito la storia di Marie, odiata e derisa da tutto il villaggio, punita dalla madre che pur rispettava e serviva, disprezzata dall’arciprete e costretta alla solitudine e alla fame, morta ancor giovane come una martire, ma tante sono le sequenze in cui il lettore rimane sorpreso, attonito, commosso innanzi a questo genio che va oltre la letteratura, poiché sa cogliere la profondità spirituale che abita il cuore degli uomini, come quello del protagonista, il principe Myskin, che vive disarmato tra moltitudini di armati pronti ad attaccare, che parla con sincerità in un contesto di ipocriti e di bugiardi senza cuore. Egli è sincero e compassionevole, eroico nello sposare cause impopolari, impavido, seppur debole e solo, pronto all’abbraccio conciliatore coi nemici e generoso con i poveri, come il suo eroe, il “cavaliere povero” di Cervantes. Myskin/Dostoevskij è un santo che manca tuttavia di un’adeguata forza per resistere al peccato ed è un uomo che sa inginocchiarsi piangente innanzi al Crocifisso riconoscendo i suoi peccati.

Importante personaggio del romanzo è anche Nastas’ja Filippovna, giovane donna sempre pronta al sorriso, seducente, ricca, pronta a sbeffeggiare con comportamenti anticonformisti le convenzioni sociali, scandalizzando i benpensanti, ma nel fondo della sua anima c’è un’acuta sofferenza, un mal di vivere che la porta a scontrarsi con una realtà sociale priva di idealità, completamente volta al materialismo e all’edonismo, una società che aveva smarrito il senso del dovere morale, indicato a ciascuno dalla voce della coscienza, tacitata spesso dal prevalere d’istinti edonistici e passionali.

Lo scrittore, vestendo a tratti i panni del principe Myskin, come un novello Dante, percorre tutti i gironi infernali, incontrando un’umanità fragile e smarrita che cede facilmente al peccato: Ragozin è il capo di una combriccola di ubriachi violenti che tiene alla briglia in cambio di qualche bicchiere all’osteria; Lebedev, servile e bugiardo, che blandisce i potenti in cambio d’una sopravvivenza al limite della povertà assoluta; il vecchio generale Epancin che non si rassegna ad una vita da pensionato da trascorrere in famiglia con la moglie e le figlie, ma ancora s’illude di far presa sulle giovani donne come Nastas’ja. Myskin si eleva in una dimensione più alta rispetto a tale umanità, ma anche lui appartiene a quel tempo e porta il peso di quella cappa densa e opprimente d’un mondo che vive il “qui ed ora” senza alcuna tensione ideale; un mondo di “anime morte” smarrite e oppresse da un male interiore che le corrode reificandole ed emerge spesso in lui una moralità sostenuta da un’apertura cristiana agli altri, da un sentimento di fraternità per i poveri e i fragili che cadono facilmente nel peccato. È lui, che per tutti è l’idiota, che porta sulle spalle le sofferenze degli altri e con pazienza si prende cura delle loro debolezze e indica le giuste soluzioni perché cessino incomprensioni e dolori. Il suo è un impegno morale che assolve mettendo a disposizione il suo tempo e le sue energie e anche i suoi averi. La compassione è il tratto fondamentale della sua personalità che connota una visione del mondo, minoritaria certo, ma metatemporale, sintesi perfetta dell’essere nel mondo di un visionario, di un’anima lieve a cui appaiono chiare la verità trascendente e insieme le umane debolezze.

Man mano che si procede nella lettura il romanzo regala emozioni che spesso sovrastano la ragione e fanno cedere al pianto, che vincono ogni filtro opposto da pregiudizi e convinzioni, per cui leggendo questo capolavoro, scritto tra il 1868 e il 1869, ci si sente coinvolti in situazioni e in tematiche simili alle nostre attuali vicende sulle quali si aprono orizzonti di senso condivisibili. Si affronta ad esempio il tema con il quale io mi misuro ogni giorno, quello del rapporto con Dio e di come Egli incide nella mia vita, nella percezione che ho degli altri, di cosa sia importante tener presente per rendere apprezzabile la vita. Nei due capitoli che Dostoevskij dedica all’incontro tra Myskin e Rogozin si affronta proprio questo tema: “Ecco, la gioia che prova la madre quando osserva il primo sorriso della sua creatura, la stessa gioia esattamente la prova anche Dio ogni volta che vede dal cielo un peccatore inginocchiarsi davanti a Lui per pregare di tutto cuore. Questo me lo disse una donnetta esprimendo un pensiero così profondo, così delicato, così schiettamente religioso, un pensiero in cui era racchiusa tutta l’essenza del cristianesimo, cioè la nozione di Dio come nostro vero Padre e della gioia di Dio davanti all’uomo come gioia del padre davanti al figliol suo: …l’essenza del sentimento religioso è indipendente da qualsiasi ragionamento, da qualsiasi colpa o delitto, da qualsiasi ateismo; c’è in esso qualche cosa di indefinibile, e ci sarà sempre; qualche cosa che sempre gli atei sfioreranno appena, discorrendo sempre di tutt’altro.”[3]

Rogozin è disperato poiché ama Nastas’ja Filippovna senza essere ricambiato, poiché lei ama il principe e dunque quest’ultimo per lui è un rivale e un amico insieme, verso cui nutre sentimenti contrastanti. Sa quanto grande sia la capacità d’amare di Myskin e quanto sia disponibile ad aiutare gli altri e perciò, seppur lo manda via dalla sua casa, lo prega di lasciargli la croce di latta che porta al collo che gli aveva venduto un ubriacone. Il principe lo accontenta accompagnando il gesto con un sorriso. “Il principe non si sarebbe voluto separare da quella croce. – La porterò e a te darò la mia. – Vuoi che scambiamo le croci? E sia! S’è così, ne sono lieto: facciamo un patto di fratellanza.”[4] 

Hans Holbein, Cristo morto

Nei capitoli VII-X della seconda parte la narrazione assume ritmi teatrali e tanti sono i personaggi che entrano in scena e dialogano, litigano, si accusano o si confessano e lo scrittore/regista assegna le parti, decide i toni di ciascun intervento e ognuno con la sua parte da recitare evidenzia un tipo umano: Lizaveta, donna gagliarda e coraggiosa che difende il principe ingiustamente deriso; Lebedev, ipocrita e profittatore, che ospita il principe per trasformare la sua casa in una trappola per il malcapitato; Keller che lo mette alla berlina con un articolo costruito ad arte, zeppo di menzogne. Nessuno è sincero con lui e tutti approfittano della sua lealtà, interpretata come debolezza, come idiozia. Myskin, dunque, diventa per i suoi conoscenti uno strumento da usare per allentare le proprie tensioni emotive, ma resta ad un tempo un amico con il quale poter confessare le debolezze, i peccati, gli errori. Myskin è “l’idiota” con cui un’umanità afflitta e dolente si esercita alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana con il compagno, con la moglie, con i figli, con gli amici, per ritrovare sicurezze perdute, un’umanità sicura che da lui non si riceverà una risposta violenta, ma comprensione, affetto, solidarietà. Egli, del resto, crede in Dio e nella Parola del Vangelo che vorrebbe tradurre in pratica indicando la via della compassione. Myskin cercato e deriso, amato e tradito, come il Cristo di Holbein, l’opera in cui Gesù è rappresentato più con tratti umani che divini: egli è morto, ma porta ancora i segni della sofferenza e del dolore patiti. Così Aglaja e Nastas’ja, donne bellissime e intelligenti, amate dal principe, più volte gli ridono in faccia e si fanno beffe del suo sentimento, pur provando un’attrazione profonda per lui, comprendendo che egli è giusto e buono; sanno della sua pietà per gli uomini ma si sorprendono della totale mancanza di cattiveria nel suo animo; intuiscono che egli è un uomo raro, volto naturalmente al bene e alla dedizione totale agli altri. Eppure non riescono ad abbracciarlo e a dire “sì” ad un rapporto con lui poiché attratte, seppure con dolore, dal senso comune, dalle mode, dalla pulsione istintiva e passionale, pur coscienti che la meta cui porta tale comportamento è l’abisso.

Degni di nota i capitoli alla fine della terza parte del romanzo dedicati al testamento spirituale di Ippolit, letto alla presenza di quasi tutti i protagonisti della storia e accolto con il solito sorriso ironico in alcuni, di compiacimento in altri, sarcastico e rancoroso in altri ancora. Eppure quella lettera-confessione scritta da un giovane uomo malato di tubercolosi, a cui i medici avevano diagnosticato qualche mese di vita, fa emergere una riflessione sul fine vita e sull’eutanasia, sul diritto dell’uomo di spezzare quella drammatica, insopportabile attesa della fine con un gesto volontario. Assume l’episodio i toni del dramma sul tema dell’esistenza umana che si presenta come un mistero al cui interno anche i momenti più felici come l’amore, la vita familiare, l’amicizia sono avvolti da una cappa grigia e pesante che li rende alfine dolorosi, enigmatici, angoscianti. E come nel più classico dei drammi non poteva mancare la figura del traditore, dell’astuto ammaliatore, dell’eroe che con arte finge di essergli amico per poi trarlo in inganno e godere della sua rovina. Lebedev veste i panni di “Gano”, che trama essendo spenta in lui la luce della coscienza, non avvertendo remore morali, non temendo il giudizio degli uomini né quello divino. Lo scrittore lo mette sempre in scena facendogli occupare un posto importante in quasi tutti gli episodi della vicenda quasi a voler ricordare che il male è sempre lì presente in mezzo agli uomini per condizionarne le scelte, per saggiare la loro resistenza, per preparare tranelli di modo che con le cadute perdano ogni speranza e la fiducia in se stessi e in Dio.

Tanti episodi del romanzo ricordano che qualsiasi scelta esistenziale operata dall’uomo comporta l’assunzione d’una responsabilità personale e che tale scelta presenta sempre dei rischi e quindi la possibilità dello scacco e del fallimento. Ecco perché i protagonisti de L’idiota sono sempre incerti e in preda al dubbio; cambiano facilmente opinione smentendo se stessi e cadendo in contraddizione con i principi da loro stessi prima dichiarati. Tale debolezza psicologica si trasforma poi in un relativismo filosofico che abbraccia tutti i personaggi e del quale diviene testimonianza un comune approccio fisico alle problematiche che di volta in volta devono affrontare, cioè il ricorso al sorriso, che viene opposto in svariate situazioni e in tutte le sue variabili, da quello gioioso a quello ironico, dalla risata liberatoria a quella sarcastica e demolitrice delle altrui certezze. Insomma il romanzo può a ragione essere definito “esistenzialista”, come “La nausea” o “Il muro” o “L’età della ragione” di J. P. Sartre; e sarebbe da accostare alla drammaturgia pirandelliana o al cupo pessimismo della poesia montaliana, fino a certa letteratura americana (Philip Roth, Pastorale americana) o a Bulgakov de “Il Maestro e Margherita”, dove la scena è occupata da un’umanità sconfitta e lo stare insieme non si risolve in fiducia reciproca ma in infelicità.

Nastas’ja, ad esempio, scrive ad Aglaja pregandola di sposare Myskin, così che lei possa sposare Rogozin che teme ed odia, affermando una logica capovolta o dell’assurdo: “Le vostre nozze e le mie avverranno insieme: così abbiamo stabilito noi due. Io non ho segreti per lui. lo ucciderei, dalla paura…Ma egli ucciderà prima me… Or ora si è messo a ridere e ha detto che io deliro: sa che scrivo a voi.[5] Eppure questo non è un romanzo del “non sense” come “Le anime morte” di Gogol o “Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, o il già citato “Il Maestro e Margherita” di Nabokov, questo è il romanzo del dolore con il quale Dostoevskij ha sviluppato la tesi della impossibilità di una vita felice in una società atomizzata dove ogni individuo costituisce un mondo chiuso, una “monade senza finestre”, dove è impossibile anche la comunicazione ed è inevitabile la chiusura alle relazioni e l’abbandono alla solitudine. L’idiota è il romanzo dell’hikikomori, dello stare in disparte, del ritirarsi dalla vita sociale per lasciarsi andare nel proprio abisso esistenziale, precipitando negli incubi e nelle tenaglie d’una illogicità onirica. Il romanzo anticipa di mezzo secolo i temi che saranno approfonditi nell’arte dagli espressionisti, in filosofia dall’esistenzialismo e in psicologia da Freud. Dostoevskij mette in evidenza il disordine, la ribellione, le forze antinomiche e conflittuali che sovrastano la vita degli individui rendendoli facili prede delle lusinghe del potere. Egli, andando oltre le tendenze culturali del suo tempo, coglie gli elementi fondamentali sottesi nelle relazioni umane, presentando delle problematiche che appartengono ai campi della filosofia e della teologia, elaborate ed espresse in forma letteraria, senza tuttavia diminuirne la valenza culturale. Anticipa i temi del Novecento pur non avendo attraversato le tragedie dei totalitarismi, delle due guerre mondiali e la vergogna dei campi di sterminio nazisti. È un romanzo questo in cui il lettore è scosso, preso per il bavero e trascinato in una realtà drammatica che è anche la sua: quella debolezza intrinseca dell’uomo, a prescindere dal luogo e dal tempo in cui egli sia nato. Il romanzo è una sfida alle sicurezze borghesi, alla sicumera accademica, alle illusorie certezze propagandate dai governi e dal sistema comunicativo globale. Dostoevskij afferma forte e chiaro che la maschera dietro cui si nascondono gli individui senza scrupoli e i “senza anima” crollerà prima o poi davanti all’ingranaggio della vita e al suo mistero insondabile, per cui tutti gli uomini, prima che chiudano gli occhi per non più riaprirli, conosceranno il loro destino, per cui la loro anima s’innalzerà leggera verso il cielo o sprofonderà nell’abisso avendo per un attimo colto la scelta errata ma consapevole del male.

Di solito, dice lo scrittore, si potrebbe dividere l’umanità in individui poco intelligenti e individui dall’intelligenza spiccata. I primi sono mediocri, egoisti e privi di riferimenti ideali, ma nonostante la loro limitatezza o forse a causa d’essa, sono in genere felici e sempre allegri; gli altri, gli intelligenti, sono costantemente alla ricerca della verità, dotati di alti valori morali e religiosi e in generale sono tormentati da dubbi e scossi da sensi di colpa e tormentati da malinconia e tristezza, sono insomma infelici.

Myskin appartiene a questa categoria e uno degli episodi che rivelano il suo candore si ritrova nelle splendide pagine dedicate alla festa organizzata a casa di Lizaveta per annunciare il suo fidanzamento con Aglaja. Una serata in cui si passa dai toni tipici della tragedia alla commedia e alla comicità esilarante nel momento in cui il principe provoca la rottura del vaso cinese, il pezzo più importante dell’arredo di casa Epancin, evento temuto e preannunciato la sera prima da Aglaja in un serrato dialogo con Myskin. Sarebbero pagine da proporre in una riduzione teatrale per far toccare in forma plastica quanto geniale sia lo scrittore russo nel presentare un uomo fragile come il principe così pacato e misurato nel porgere i suoi pensieri e nel lasciare sempre aperta la possibilità all’interlocutore di poter criticare le sue convinzioni. Myskin, non richiesto, tiene una vera e propria requisitoria contro il cattolicesimo, con una veemenza inusitata, con paragoni azzardati, puntando il dito accusatorio contro il papa, responsabile a suo dire della perdita della fede delle moltitudini dell’Occidente, suscitando lo stupore degli astanti per le sue radicali posizioni. Tutti lo osservano con sguardi basiti e annichiliti e la tensione è palpabile mentre la sua voce vibra su toni sempre più drammatici, quando ad un tratto, inopinatamente, egli si gira e col gomito impatta sul vaso cinese e la profezia di Aglaja si avvera, proprio a conclusione del suo “j’accuse” contro la Roma papalina. Il vaso, posto in bella mostra sull’apposito piedistallo, superbo e panciuto, coloratissimo orgoglio della famiglia del generale, colpito, sobbalza, vacilla piegando verso un lato, poi riprende la primigenia posizione centrale, per poi cadere rovinosamente spezzandosi in mille cocci tra un coro di “Oooohhh”. È un episodio di alta comicità, proprio perché il gesto del principe spezza improvvisamente un’atmosfera tesa ove tutti sono attoniti e col fiato sospeso, quando inaspettatamente, a quel dramma in corso si aggiunge una “catastrofe” temuta e profetizzata da Aglaja, che invano gli aveva raccomandato di stare a debita distanza da quella meraviglia orientale perché bellissima ma delicatissima.

Sull’introduzione al romanzo di Vittorio Strada

Dell’attenta analisi filologica del saggio introduttivo di Vittorio Strada al romanzo  di Dostoevskij concordo con la sua definizione iniziale: “un romanzo enigmatico e limpido, i cui significati non si consumano in un’unica lettura e rinascono con nuove attualità, un romanzo che avvince e sgomenta, ipnotizza e provoca, un romanzo insieme luminoso e tenebroso, il cui nucleo è la passione.[6] Condivido altresì l’uso dell’aggettivo “straniero” per definire i personaggi centrali del romanzo, i quali sembrano provenire da una realtà lontana, con caratteristiche diverse rispetto a quelle “normali” che si incontrano in Russia e che li allontanano dalla mentalità comune cui però rispondono i personaggi minori che contornano l’azione dei protagonisti. Tralascio invece la sua cavalcata tra riferimenti ai primi socialisti utopisti russi e francesi della prima metà dell’800 e della loro vicinanza a interpretazioni del cristianesimo altrettanto rivoluzionarie; la sottolineatura del “problema del doppio” e cioè parallelismi comportamentali tra vari personaggi del romanzo; la corrispondenza tra gli appunti al romanzo e la stesura definitiva; i rimandi alla malattia del protagonista, l’epilessia o mal caduco, e la demenza che affiora in qualche episodio, con annesso riferimento alla cosiddetta “aura” che catapulta l’epilettico in uno stato mistico, in un paradiso artificiale come quello ricercato dai consumatori di laudano o di oppio di baudelairiana memoria.


[1] Fedor Dostoevskij, L’idiota, Edizione Einaudi, Torino 1984, pp. 23-24

[2] Ibidem, pag. 69

[3] Ibidem, pag. 220

[4] Ibidem, pag. 221

[5] Ibidem, pag. 450

[6] Vittorio Strada, Saggio introduttivo a Fedor Dostoevskij, L’idiota, Einaudi, Torino 1984, pag. VI

Sulla pena di morte
La storia di Marie
Il vaso cinese, una profezia che s’avvera
Il sogno
Gioia per la vita

2 risposte a "“L’idiota” di Fedor Dostoevskij, geniale e straordinariamente contemporaneo"

  1. Grazie Salvatore per il tuo attento commento ai due ultimi articoli. La tua riflessione la trovo pertinente e condivisibile.

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  2. Trovo un punto in comune nella lettura de L’idiota di Dostoevskij e de La questione della colpa di K. Jaspers fatta dal prof. Pelleriti. Può sembrare semplicistico e riduttivo, posso anche sbagliarmi, ma mi sembra che le due recensioni siano accomunate da una drammatica domanda di fondo: Di fronte al male dilagante, il cristiano (ma anche l’onesto non credente) deve optare per il Cristo che con violenza caccia i mercanti dal Tempio o per il Cristo che muore in croce pagando per tutti? La domanda pone una falsa alternativa poiché è lo stesso Cristo che ora rivela con l’ ira la sacra pietà per l’ uomo che fa mercato della propria dignità e il Cristo che, come un idiota, si fa Agnello sacrificale nelle mani dei carnefici. In entrambi i casi unica è l’ ispirazione: la compassione e la cura estrema per chi si ama, cioè per l’ uomo che precipita nel baratro della morte spirituale. L’ esame di coscienza della Germania del secondo Dopoguerra non può giustificare l’ inerzia davanti al sopruso dei vari Putin odierni così come nell’ ora delle tenebre, in cui tutto sembra essere perduto inesorabilmente per sempre, bisogna altrettanto sempre perdonare e pagare per gli altri. Sia che lotti per la verità e la giustizia sia che muoia per essi l’ uomo di Fede, anche non cristiano, è sempre un agnello sacrificale: le sue parole, i suoi gesti, le sue intenzioni sono sempre ispirate dall’ amore. Ecco perché tra Navalny e i partigiani antifascisti o Che Guevara non trovo differenza, né ne trovo tra San Su khi che sopporta la tortura nel lontano Nyammar e madre Teresa di Calcutta che soccorre e cura poveri e malati senza chiedere in quale Dio credono. La riflessione su L’ Idiota e La questione della colpa preziosamente proposta dal Pelleriti ci richiama comunque alle nostre responsabilità di uomini solidali con altri uomini in un mondo che, purtroppo, oggi è a un passo dalla catastrofe spirituale prima ancora che materiale. Non necessariamente, credo, il rigore della sferza è disgiunto da un superiore senso dell’ amore.

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