Karl Jaspers, La questione della colpa.

Alfio Pelleriti

La questione della colpa cui si riferisce il titolo del saggio di Jaspers, e come precisa il sottotitolo, “Sulla responsabilità della Germania”, sembrerebbe un contributo di riflessione sull’atteggiamento di totale consenso che la maggioranza dei tedeschi riservò allo stato totalitario nazista e alla sua politica antisemita tendente all’eliminazione fisica di tutti gli ebrei e delle cosiddette “razze inferiori” attraverso campi di concentramento volti allo sterminio e al genocidio, tuttavia si può anche considerare una riflessione sulle scelte che gli uomini in ogni epoca sono chiamati a fare su questioni attinenti la comunità d’appartenenza e quella più vasta del mondo. 

Finita la guerra, rimasta la Germania in ginocchio, ridotta ad un cumulo di macerie, i tedeschi, oltre che fare i conti con la fame e gli stenti, umiliati dalla sconfitta che significò l’occupazione del proprio territorio da parte degli eserciti alleati, dovettero anche fare i conti con la propria coscienza e con i sensi di colpa cui ciascuno era chiamato a rispondere. In realtà, molti tedeschi non si sentivano coinvolti da tale questione, vuoi perché addossarono ad altri la responsabilità di quanto era accaduto, vuoi perché molti pensavano ai problemi assillanti del presente, gravati inoltre dalle preoccupazioni per il futuro.

Ma, afferma Jaspers, il compito dell’intellettuale, e in particolare del filosofo, è quello di mettere in relazione il passato con il presente per comprendere la realtà e per marcare i confini e l’entità di una colpa che, in qualità e quantità, ricade su ciascun tedesco. Dunque analizzare la responsabilità di tutti gli uomini che sono stati coinvolti in un’immane tragedia, per lui è un dovere etico e morale. E in considerazione di tale assunto, il saggio di Jaspers supera i confini fisici della Germania e i confini temporali degli anni ’30 e ’40 del ‘900, per diventare una riflessione sull’uomo, assumendo dunque la sua analisi connotati filosofici e teologici, oltre che storici.

Il saggio fu scritto da Karl Jaspers subito dopo la fine della guerra, nel 1945, dopo essere rientrato dalla Svizzera dove si era rifugiato nel 1935, dopo la promulgazione delle leggi razziali (sua moglie Gertrud Mayer era ebrea). Fu completato e pubblicato nel 1946, risultato di una riorganizzazione delle sue lezioni tenute all’università di Heidelberg che avevano come oggetto “La questione della colpa”.

Nel saggio si mettono in evidenza quattro colpe: colpa giuridica, colpa politica, colpa morale, colpa metafisica, poste sullo sfondo di uno degli imperativi categorici di Kant: “l’uomo va trattato sempre come fine mai come un mezzo”.

Il nazismo, dice il filosofo, ha reificato l’uomo, avendo calpestato la sua natura e se tale crimine si è potuto consumare, potrebbe ancora accadere che uno Stato totalitario ricrei quelle condizioni fino a far diventare l’uomo una “cosa”. Del resto, ci ricorda Umberto Galimberti nella sua prefazione al libro, già Gunther Anders affermava che gli uomini d’oggi sono tutti “figli di Eichmann”, il burocrate, l’uomo “banale”, il funzionario di un apparato che compì azioni mostruose per “obbedire” agli ordini superiori.[1] E anche oggi si accetta, senza avvertire alcun senso di colpa, la costruzione di armamenti altamente distruttivi, e ognuno, ancora una volta, rimane colpevolmente silente all’interno di un meccanismo efficiente e razionale volto alla costruzione di droni, mine antiuomo, armi e munizioni all’uranio impoverito, proiettili al fosforo bianco, bombe a grappolo, bombe atomiche “tattiche”, missili continentali, con l’unica finalità della distruzione del “nemico” o di incutergli terrore o di portare morte nei tanti luoghi della terra in cui si combattono guerre locali che causano centinaia di migliaia di vittime innocenti. Ancora oggi si bombardano città in Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Libano; si muore nello Yemen, in Siria, in Sudan, nella Repubblica democratica del Congo, ma tutti noi assistiamo distratti a tali orridi misfatti e non proviamo alcun senso di colpa, viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case, assistendo con colpevole inedia all’annichilimento delle nostre coscienze morali e della nostra spiritualità.

Dopo la terribile esperienza della seconda guerra mondiale con gli annessi campi di sterminio, ciascun tedesco dovrebbe riflettere su ciò che è stato e sul perché molti accettarono scelte terribili del loro governo senza dir nulla su ciò che si ordiva contro altri uomini innocenti. Si impone una riflessione, dice Jaspers, sul senso della colpa dopo una giusta assunzione di responsabilità, poiché soltanto se si passa attraverso l’analisi di ciò che è stato, l’anima tedesca potrà risorgere e rinnovarsi e solo attraverso una conversione di ciascuno si potrà restituire pace interiore alle future generazioni.

In particolare, dunque, quattro concetti di colpa: la colpa criminale, cioè il delitto contro le leggi e quindi l’istanza che interviene è il tribunale; la colpa politica, cioè l’azione degli uomini di Stato e l’istanza che entra in gioco è la volontà del vincitore; la colpa morale, cioè la responsabilità individuale (anche di azioni politiche o militari), ove l’istanza è la propria coscienza; la colpa metafisica, con la quale si infrange la solidarietà tra gli uomini (corresponsabilità per tutte le ingiustizie che si commettono nel mondo), e in questo caso l’istanza è Dio. Dice, a proposito di quest’ultima colpa, Jaspers: “la verità qui può solo rivelarsi tutto a un tratto in una situazione concreta o dalle opere della poesia o della filosofia.[2]  

Un passaggio importante che costituisce il focus dell’intero saggio è quello in cui la responsabilità politica si incontra con quella morale, e dunque anche con quella metafisica. Dice Jaspers: “Bisogna parteggiare per quella forza che realizza i diritti dell’uomo. Tralasciare di cooperare alla strutturazione dei rapporti di forza, alla lotta per il potere nel senso di mettersi al servizio del diritto, è una colpa politica fondamentale, che rappresenta anche una colpa morale. La colpa politica diventa anche colpa morale, appena il senso della forza – la realizzazione del diritto, l’etica e la purezza del proprio popolo – viene distrutto dalla forza. Infatti, là dove la forza non limita se stessa, nasce la violenza e il terrore, e sopraggiunge in ultimo la fine, l’annientamento dell’esistenza e dell’anima.[3] Sembra raccomandare l’autore che non bisogna subire, come inerti spettatori, il malgoverno, impassibili di fronte al conculcamento del diritto senza reagire, senza partecipare, o peggio, profittare magari di quella situazione. Ciò è accaduto al popolo tedesco che è rimasto passivo di fronte alle persecuzioni nei confronti del popolo ebraico, rimanendo indifferente innanzi alle sofferenze indotte ad innocenti. Così anche i generali tedeschi rimasero inattivi di fronte alle ingiustizie politiche e non difesero i cittadini inermi, venendo meno ai principi politici, del diritto, della morale e della solidarietà umana.

Altro atteggiamento errato, dice il filosofo, è quello di colui che ammette la colpa non come risultato di un lavorio interiore ma per semplice adulazione del più forte o per auto compiacimento narcisistico, oppure per cedimento ad un orgoglio arrogante che porta a non riconoscere alcuna colpa, o infine, ci si potrebbe chiudere in un silenzio superbo, altrettanto arrogante.

Conclude Jaspers: “Noi tedeschi vogliamo cercare la colpa in noi, spingendoci più oltre che sia possibile, e non vogliamo cercarla nelle cose o negli altri, né sottrarci a questo compito con la scusa della miseria in cui versiamo.[4]

La purificazione dalle colpe renderà ciascuno libero poiché la sua anima sarà leggera e pronta ad iniziare un cammino nuovo di solidarietà verso gli altri.


[1] Si ricorda sul tema il saggio di Hannah Arendt, La banalità del male

[2] Karl Jaspers, La questione della colpa, Raffaello Cortina Editore, 2024, I edizione 1996pag. 23

[3] Ibidem, pag. 25

[4] Ibidem, pag. 120


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