Alfio Pelleriti

LE APPARENZE,
Ho visto un film
ma non era un film
ho letto un libro
ma non era un libro
ho gioito
ma non era gioia
ho sofferto
ma non era sofferenza
ho odiato
ma non era odio
ho amato
ma non era amore
ho conosciuto
ma non era conoscenza
ho ignorato
ma non era ignoranza
ho vissuto
ma non era vita
sono morto
ma non era morte.
Petrosino 19/11/2021
Marzo 2024 è stato eletto dal Corriere della Sera come il mese giusto per celebrare la poesia. Un inserto specifico ha accompagnato l’uscita del quotidiano, dando spazio ad interventi sulla poesia classica e contemporanea. Succede, dunque, che qualcuno si ricorda che esiste questa forma d’arte, la più eccelsa invero, se ci si mettesse a perdere un po’ del nostro tempo ad elucubrare su una possibile graduatoria tra le espressioni artistiche. Certamente la più negletta in questi nostri tempi in cui sempre meno si dà spazio ai sentimenti, interessati da ciò che appare più concreto, con pochi orpelli e smancerie sentimentali, come l’economia ad esempio.

È certo che, a parte i grandi classici e i due, tre poeti che caratterizzano ogni secolo, come sosteneva Alberto Moravia, di tutti gli altri che ne facciamo? Cioè di quella nutrita schiera che scrivono in versi e perciò si definiscono “poeti”. Ancora vogliamo disquisire su chi sono i poeti? O su quali sono i postulati che rendono un componimento degno d’essere definito “poesia”?
In tutte le arti si esprimono dei geni, degli artisti inarrivabili che con naturalezza adoperano dei canoni specifici per comunicare emozioni e sentimenti, angosce e patimenti, speranze e ideali, tuttavia sarebbe anche giusto e opportuno concedere a tutti gli uomini di esprimersi con parole, con strumenti musicali, con colori, con il canto, con la recitazione, con i versi, scolpendo la pietra o il marmo di Carrara o un tronco di frassino, di ciliegio o d’ulivo. E ciascuno, allora, creerà a suo modo, esprimendosi in piena libertà, trasgredendo spesso tradizioni e consuetudini, non compiacendo necessariamente il potere, né divenendo strumento di lotte sociali seguendo quanto prescrive l’ideologia o la dottrina politica, religiosa, filosofica. Gli artisti veri non si adeguano ad alcuna moda, né vogliono lisciare il pelo al sentire comune, presentando prodotti accattivanti, che spingono alle lacrimucce e ai buoni sentimenti. Gli artisti non cercano l’applauso, ma l’attenzione, la condivisione con il sentire degli altri, il confronto magari, ma non l’appiattimento al “qui ed ora” dei “si dice” e dei “si fa”.
L’artista va oltre le apparenze, dice il mio amico Ciccio Minissale. Se vede un film piange in una o più sequenze, si commuove perché il poeta non sta vedendo un film per diletto o per “ammazzare il tempo”, egli vede nel protagonista la storia dell’uomo e di se stesso e in quella vicenda legge esperienze di vita miste a valori morali e idealità che sono le stesse in cui lui ha creduto. E la stessa emozionante esperienza attraversa quando legge un libro, poiché egli entra in una storia che lo cambia, pagina dopo pagina. Egli non è più ciò che era prima d’essersi misurato nella lettura con quei personaggi, con quelle vite, con quelle gioie e con quelle sofferenze. No, non ha letto un libro, ha valicato lo spazio tempo e ha misurato la sua umanità con quella di altri che da lui sono stati valutati, e le sue interpretazioni di sentimenti e azioni danno significati nuovi a quella storia.
La gioia, la sofferenza, l’odio, l’amore sono esperienze che innalzano o sprofondano ma non lasciano mai il poeta dentro i confini del suo Ego come avviene di solito agli umani. A differenza dei suoi fratelli, il poeta ama uscir fuori dai recinti angusti del suo Io e osserva sé bambino: lettore attento delle storie degli eroi dei fumetti, ricorda i palpiti del cuore per la ragazzina bionda dal viso dolce seduta nella fila di centro accanto al suo banco; sente ancora la gioia per avere incrociato lo sguardo dolce del suo giovanile amore. E passato e presente s’incrociano in lui cogliendo se stesso come parte importante d’un percorso che ha la sua essenza in un disegno trascendente che non si riduce dentro la sua storia ma che ingloba quella dell’umanità intera.
E così la conoscenza al poeta non dà l’arroganza del supponente, la burbanza del povero erudito, essa lo convince, semmai, del grande valore dell’umiltà che gli consente di avvicinarsi all’enorme vastità e complessità dell’universo. E così, dice il mio amico, se il poeta ignora, in realtà egli entra nella dimensione della leggerezza dell’anima. “Ignorare” è non voler cedere al compiacimento di chi suppone di sapere e di essersi impadronito della verità perché conosce i calcoli trigonometrici e i postulati essenziali della geometria euclidea.
Il poeta non vive come i suoi simili avvinghiato ai piaceri del corpo poiché di spiritualità egli si nutre e dell’essere sa cogliere l’essenza, essendone il “pastore”. E dunque vive oltre la vita, e la morte non penetrerà la sua anima giammai, poiché la trascendenza è la patria della sua anima, lì ove i confini sono eterei e la casa d’ognuno è l’infinito cielo e il tempo ha smarrito ogni sua consistenza, essendo evaporato nell’eternità.