P. M. Rosso di San Secondo, “La fuga”. Opera d’esordio di un “minore”

Alfio Pelleriti

Rosso di San Secondo, nacque a Caltanissetta nel 1887 da una famiglia nobile, i Rosso. Dopo essersi laureato in giurisprudenza presso l’Università di Roma, si dedicò alla scrittura di commedie che Anton Giulio Bragaglia apprezzò molto spingendolo a continuare nella produzione per il teatro. I risultati furono eccellenti e i suoi lavori si proposero a Milano, a Genova a Modena e anche in Germania. La compagnia di Angelo Musco mise in scena i suoi lavori tra cui quelli che colpirono positivamente Luigi Pirandello, “Marionette, che passione!” e “La bella addormentata”. Le principali case editrici del tempo, Treves, Mondadori, Bompiani pubblicarono i suoi lavori per il teatro e anche i racconti e i romanzi. In Germania conobbe Inge Redlich che sposò nel 1934, l’anno del suo rientro in Italia a Lido di Camaiore, dove costruì una villetta, da cui non si mosse fino alla morte, il 22 novembre 1956, dopo aver passato l’ultimo decennio solo e dimenticato dagli amici d’un tempo.

È addirittura Pirandello che nell’introduzione a “La fuga” vuole andare incontro a quelle che suppone essere le perplessità dei lettori di quest’opera d’esordio dello scrittore, ponendo la domanda sul genere in cui essa potrebbe essere allocata: Come valutare quest’opera? È un romanzo o una riflessione filosofica sull’uomo e sulle sue relazioni col mondo esterno, compresi i gatti, gli oggetti, i monti e le nuvole oltre che gli umani? O forse è semplicemente la necessità di un artista di trovare canoni espressivi nuovi rispetto al romanzo ottocentesco di stampo naturalistico o storico o verista? Sembra, piuttosto, che “La fuga” abbia una peculiarità che attiene l’analisi psicologica, poiché l’autore esamina gli eventi e le situazioni in cui si muovono i personaggi della storia ma filtrandoli alla luce della sua visione del mondo che ha alla base un pessimismo cupo.

“La fuga” è il romanzo d’esordio di Rosso di San Secondo, pubblicato nel 1917. Una storia in cui i personaggi sembrano perdersi e confondersi in una narrazione in cui l’autore si preoccupa di presentare ogni muover di foglia, ogni elemento degli ambienti in cui essi si perdono fino a svaporare, divenendo meno importanti dei monti, dei tramonti, dei prati o degli aridi pianori. I personaggi sono statici, elementi essi stessi di quegli ambienti, inseriti quasi a completarne l’arredo, dunque non più importanti del “ribrillio” dell’argenteria sfiorata da una lama di luce che attraversa il tavolo di mogano o del “giulebbe” che assapora Roelof Sturm ogni mattina. Un lirismo crepuscolare, grigio e pessimistico, avvolge i capitoli del romanzo, nel quale non si avverte nessuna tensione sociologica, politica o una ricerca filosofica o una tensione appassionata su una questione storica o morale. Tutto sembra concludersi nella ricercatezza formale, nell’eleganza cercata, mostrata, e quando lo scrittore decide di dare spazio ai dialoghi essi necessitano di molte pagine, perché ogni personaggio interviene adoperando lo stesso canone stilistico che l’autore ha usato per le descrizioni e dunque si esprime con periodi lunghissimi, con tante subordinate coordinate tra loro, in un vorticoso lirismo che rende improbabili i discorsi su cui si misurano i personaggi. Così, ad esempio si esprime Brumilde Trymer parlando del Sud dell’Italia: “Il soffio dello spirito nelle bocche arse si rarefà in sorrisi di lascivia tra denti impudicamente splendidi, negli occhi ribrilla con febbrili guizzi ch’offendono ogni castità naturale. Io so l’impudicizia lacerante del sud… dall’aperta finestra la filtrante luce stellare mi mordeva a pensieri febbrili, mentre dai giardini prossimi s’alzava l’afoso fritinnio dei grilli, il mare in bonaccia sotto l’alito del notturno calore risucchiava la sua voluttà nella ghiaia e la città distesa lontana mormorava il suo piacere… Ah io ben conosco la perfidia struggente del sud![1]

Pier Maria Rosso di San Secondo

Protagonista del romanzo è l’autore, l’Io narrante, che passa attraverso varie situazioni importanti per la sua vita: il matrimonio, la scelta di trasferirsi in un luogo lontano dalla sua terra d’origine, l’incontro con i figli del dottor Sturm e soprattutto con Brumilde Trymer, che esercita ancora su di lui un fascino particolare. Tali scelte e relazioni diventano occasioni per analizzare se stesso, le sue emozioni e i cambiamenti che si determinano grazie a tali esperienze.

Ma altra grande protagonista del romanzo è la natura che viene descritta ora con note angoscianti ora con gioia idilliaca, come se anch’essa abbia, come lui, un cuore pulsante. Si direbbe che, da questo punto di vista, in Rosso di San Secondo sia presente un sentire nordico, come il suo coevo norvegese Knut Hamsun, l’autore di Pan e di Fame, premio Nobel 1920 per la letteratura. Penso che questa sua scelta di dare grande spazio alla natura risenta del generale clima culturale del primo dopoguerra, volto alla necessità, sentita ad esempio dai “rondisti” e dai futuristi, di chiudere con il “passatismo” e tentare strade nuove nella pittura, nella letteratura, nel teatro, nella musica. Si voleva chiudere, allora, con il dramma borghese e con il romanticismo intimista e crepuscolare per affacciarsi nel mondo oscuro dell’angoscia cui spesso portavano scelte esistenziali che si rivelavano ansiogene e frustranti. L’autore infatti apre spesso al grottesco e a un male di vivere che necessariamente lo costringe ad un approccio individualistico nella narrazione. “Ahi! – dissi – Ahi! Che aspettate da me, povere creature, poveri esseri cari, anime della mia stessa anima? Che io vi tolga il martirio del vostro povero cuore? Che vi faccia felici a parole? Che v’insegni una via sicura di gigli e di rose? Che vi dica perché siete nati, perché Iddio vi ha messo sulla terra, perché non vi ha fatti diversi da come siete, perché si debba soffrire, e che ragione c’era di nascere se nulla ha senso, se ieri è eguale ad oggi e domani sarà uguale all’eternità?[2] Come non pensare in questa sequenza a Friedrich Nietzsche e al suo “Eterno ritorno dell’eguale”, concetto con il quale il filosofo dell’ubermensch affermava la durezza e la tragicità della vita e l’impossibilità di por fede nei principi del cristianesimo ove si afferma ottimisticamente che, dopo la morte, ai giusti, agli umili e ai dolenti sarebbe toccato il premio del Paradiso. E invece, il destino d’essere preda del male, della sofferenza, dello sfruttamento, diceva il filosofo, si sarebbe ripetuto uguale per l’eternità. Questo ben sapeva il suo Superuomo che a tale ineluttabilità opponeva il suo coraggioso “amor fati”.

La parte finale del romanzo mi ha sorpreso e mi ha lasciato attonito, come lo può essere chi legge con pregiudizio e supponenza questo romanzo e dunque sono stato colto impreparato, avendo proceduto superficialmente nella lettura, poiché gli esiti nel tragico e nel grottesco era possibile coglierli fin dai primi capitoli (quelli dedicati al gatto Iocherli), e invece sono caduto nella trappola dei “si dice”, dell’opinione comune che considera Rosso di San Secondo un “minore”, spesso ignorato nei manuali di storia della letteratura italiana o citato e liquidato con un paio di righe come drammaturgo piuttosto che come romanziere.

Si dovrebbe leggere, gustare e sognare, invece, con la sua scrittura, elaborata sì, ma elegante, aristocratica sì, ma suadente e poetica, complessa sì, ma evocativa, originale, onirica, romantica. Il finale è tragico perché il protagonista lascia Betty, sua moglie, colpito da una sua scenata di gelosia al cospetto delle sue amiche, così come sarà impressionato dalla visita di Brumilde che lo informa dell’amore sincero di Betty, che lo aspetta per riabbracciarlo. E lui corre da lei per riprendere con sentimento nuovo il rapporto, ma sarà tutto vano perché la troverà morta. Disperato, decide di andare via e ritornare alla sua terra, lasciando quel Nord che lo aveva deluso, dove quella perfezione cercata e non trovata lo aveva reso infine disilluso e svuotato, uomo senza alcun appiglio in quella terra che aveva ammirato e indicato a se stesso come rifugio sicuro, come realtà armoniosamente razionale. Tutto crolla e dunque decide di tornare al sud, dopo aver distrutto quella casa che aveva costruito per cominciare una nuova vita.

Ecco, queste mie considerazioni, povere e scontate, svaporano come neve al sole dopo aver letto in appendice al romanzo l’introduzione scritta da Luigi Pirandello quando nel 1917 fu pubblicato da Treves. La sua presentazione, preziosa, elegante e profonda, solleva il velo denotativo della vicenda e fornisce la chiave interpretativa perché i lettori ne possano trovare i significati profondi inoltrandosi, tassello dopo tassello, nella storia del protagonista, fino a completare il mosaico vero, illuminante dei significati che sorreggono la storia, compresi i primi quattro capitoli, fondamentali per Pirandello, soprattutto quelli in cui l’autore si chiede dove sia possibile trovare una soluzione al vivere in una società in cui l’irrazionale e l’istinto sembrano prevalere sulla ragione e dunque ogni progetto umano risulta vano e la sconfitta è ineludibile per chi vive in questa terra di Sicilia, calda, luminosa, magnifica anche nei contrasti, ma dove ogni tentativo dell’uomo di migliorarsi e di vivere con gli altri, risulta vano. E anche nel nord, nel regno dell’ordine e della razionalità, il protagonista sperimenterà lo scacco esistenziale, poiché quella razionalità scopre che è apparente e che si dissolve di fronte alla complessità del vivere. In questo romanzo Pirandello riscontra, insomma, quella filosofia della crisi alla quale si ispirerà la sua produzione, sia teatrale che narrativa.


[1] Pier Maria Rosso di San Secondo, La fuga, Salvatore Sciascia editore, Palermo 1991, pagg. 64-65

[2] Ibidem, pagg. 122-123

Il Sud
Un invito

Rosso di San Secondo, “La morsa”

Appena un anno dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, “La fuga”, Rosso di San Secondo pubblica “La morsa”, nel 1918, e con tale titolo egli sembra indicare una continuità con il primo romanzo, poiché anche i nuovi protagonisti cercano un rifugio, ove poter trovare pace e ristoro a un’anima travolta spesso da un turbinio di sentimenti. Là, nel primo romanzo, la soluzione veniva trovata nella fuga da un ambiente misero di stimoli al cuore inquieto, trovando infine una soluzione, anche se apparente, in un luogo altro, diverso, opposto: il nord, mitizzato e osannato, e dunque, già solo a tal motivo, terapeutico.

Qui la “fuga” si trasforma in “morsa”, in costrizione a vivere in una comunità che ospita i protagonisti, ma che, invece di salvarli li costringe in ruoli che li attanagliano in una continua rimozione di sentimenti negativi, tanto che il vivere si trasforma in patimento e in insoddisfazione.

Dionisio e Dorina sono i protagonisti: lui è medico e ricercatore e vive con Beatrice, la sorella, in Svizzera, provenienti da Roma; Dorina vive con Lisetta, la figlia, in una pensione aspettando il rientro del marito, Marco Gremi, che conduce affari in Eritrea. Personaggi minori sono i componenti di una comitiva di artisti, scrittori e signore che cercano romanticamente di riempire il loro tempo tra laghi e monti innevati.

È un romanzo che rispetta tutti i canoni strutturali, avverte il prefatore, prof. Sipala[1], la voce narrante è extra diegetica, è cioè esterna alla storia; i ruoli dei personaggi sono ben definiti; la vicenda ha uno snodo narrativo lineare, poggiante sulle crisi identitarie e sentimentali dei due protagonisti in una vicenda che, come avviene di solito, si avviluppa alquanto nella parte centrale per poi procedere e comporsi nello scioglimento finale che, in questo caso, si caratterizza per i toni piuttosto melodrammatici.

La storia ruota attorno ad un amore forte, appassionato, romantico tra Dionisio e Dorina, che farà i conti con il ritorno inaspettato di Marco, indebitato per affari mal riusciti e, ammalatosi gravemente, bisognoso di cure che gli presterà proprio Dionisio, essendo medico. Il triangolo che si crea confligge con i principi etici di Dionisio che decide di allontanarsi, anche se quel sentimento resisterà in lui e in Dorina nonostante la distanza, fino al ricongiungimento finale dopo la morte di Marco.

Il romanzo segue i canoni tipici della narrazione, ma proprio sul finale ricorda molto i romanzi d’appendice, sentimentali e drammatici insieme, lì dove dell’eroe si apprezzava la fedeltà al sentimento, la disponibilità alla scelta estrema di donarsi fino al sacrificio della vita per onorare i comandi etici della coscienza (Dionisio rientrerà a Roma con Dorina, Lisetta e Beatrice, ma tale scelta significherà la sua coscrizione e la partenza per il fronte, poiché l’Italia era entrata in guerra contro l’Austria – Ungheria).

Tuttavia queste mie ultime note non vogliono essere denigratorie, poiché il romanzo l’ho molto apprezzato e anch’io sono stato vinto dalla commozione nella parte finale della storia, e nel tumulto delle emozioni, ho ripensato a mia madre che sicuramente avrebbe molto amato la storia di Dionisio e Dorina e dei due avrebbe certo ricavato un disegno come era solita fare alla fine delle sue letture.


[1] Il prof. Sipala cura l’edizione tratta dall’opera omnia dello scrittore pubblicata a cura del Comune di Caltanissetta dall’editore Salvatore Sciascia.


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