Ancora una riflessione sulla morte di Alexej Navalny

Alfio Pelleriti

Alexey Navalny

Si incappa spesso in questo mio tempo in errori di valutazione su fatti che immagini suscitino le stesse sensazioni, le stesse emozioni o riflessioni, data la drammatica forza con cui essi coinvolgono la sfera emozionale oltre che la coscienza civica e il riferimento valoriale che sta alla base della nostra cultura. Ho pensato, e lo davo per scontato, che sulla tragica morte di Alexey Navalny l’indignazione nei confronti del suo persecutore dovesse essere generale, unanime l’esecrazione per il suo assassino. E invece mi sbagliavo. Ho pensato che l’ammirazione per l’eroe che resiste con coraggio al tiranno pur sapendo che il prezzo del suo ardimento lo avrebbe pagato con la vita, sarebbe stata unanime. E invece, no! Nella mia comunità ho constatato che i giudizi su Navalny vanno da un’alzata di spalle, alla commiserazione che si riserva all’azione di uno stupido velleitario, alla critica che si muove in genere agli egocentrici che pretendono occupare il centro della scena, all’atteggiamento di distratta superiorità intellettuale che si oppone al giovane imprudente, incapace di una pur minima strategia politica.

Smarrita ogni dimensione etica e morale, costoro non provano il sentimento della compassione che alberga nelle anime nobili e che apre alla solidarietà, all’accoglienza, all’ascolto, alla pietà per chi cade e soffre. Non apprezzano costoro l’arte in tutte le sue manifestazioni e, con supponenza, con stupida burbanza, ridono di coloro che pregano nella casa del Signore perché hanno solo un grande totem da adorare che ha le loro stesse fattezze e il loro volto.

Navalny è morto e la morte per Heidegger è semplicemente il “nulla” che pone l’uomo in una situazione di angoscia esistenziale; per Nietzsche è la prova che distingue il superuomo dal volgo pavido che cerca sicurezze nella Croce; per Sartre essa fa da cornice ad una vita ch’è votata allo scacco e alla caduta nelle disillusioni. Per i mistici o per filosofi come Gabriel Marcel o Emmanuel Mounier o Edith Stein, per teologi come Carlo Maria Martini o Dietrich Bonhoeffer o Pavel Florenskij o il nostro Vito Mancuso, la morte rappresenta soltanto la fine biologica del nostro corpo ma è l’inizio della piena esistenza spirituale del nostro “Io”, della nostra anima che non “si libera della prigione del corpo”, come affermava Platone e, con lui, i neoplatonici antichi e moderni, ma raggiunge il suo pieno sviluppo, la sua perfetta realizzazione, riscaldata dalla Luce eterna di Dio Padre.  

I miei settant’anni mi aiutano a pormi domande e a cercare risposte, a trovarle spesso durante questo nostro viaggio nella vita, che ha avuto un inizio e avrà una fine. E dunque sarebbe facile dedurre qualche conseguenza: quella più immediata cui pensare è quella che dovrebbe portare ciascun uomo a non sprecare il tempo che ci è stato concesso, e non abbandonarci a pensieri, comportamenti, atteggiamenti che renderebbero il nostro viaggio inutile. Sono molti coloro, tuttavia, che si lasciano vivere, divenendo succubi di pulsioni materialistiche e meramente edonistiche, senza sviluppare interessi che non siano unicamente indirizzati al proprio Ego. L’Io, allora, diventa un pensiero fisso e unico che occupa cuore e mente e si sviluppa, pian piano, un essere che assume le caratteristiche di un individuo che si nutre di ciò che è materiale tralasciando le idealità, attirato soltanto dall’effimero e dal vano. Guardano a se stessi costoro, cercando ciò che immediatamente li soddisfa: i piaceri, il godimento nel sesso, nel cibo, nel gioco, nel potere, nella ricchezza, rimanendo indifferenti di fronte alle migliaia di vittime innocenti di guerre, epidemie, povertà, sfruttamento.

Del resto perché meravigliarsi che si reagisca in tali modi alla notizia che il tiranno opprime, incarcera, tortura e infine uccide chi vuole dare significato alla propria vita lottando in nome dei grandi valori universali? Questi ultimi annoiano l’uomo che ricerca la sua realizzazione nell’accumulare denaro o nel piacere sottile dell’esercizio del potere. All’egocentrico preme soltanto guardare il suo ombelico piuttosto che annoiarsi con le problematiche afferenti il futuro dell’umanità, seguendo i noiosi discorsi dei professoroni dei salotti “radical scic”.

Navalny, come tutti gli eroi, è morto solo, ma dal cielo si compiace per ogni fiore che i suoi connazionali, sfidando l’occhiuta e violenta polizia, depongono davanti alla sua immagine, e piange felice accanto alla madre che caparbiamente ha chiesto e ottenuto che il suo corpo le venisse restituito per concedergli una degna sepoltura, come Antigone il fratello, come Priamo suo figlio.  


Una risposta a "Ancora una riflessione sulla morte di Alexej Navalny"

  1. Bellissimo, forte , azzeccato, soprattutto fondatamente vero quanto scrive il prof Pelleriti. Condivido in pieno. Purtroppo i beoni popolano il nostro tempo e affollano piazze e sodalizi, non risparmiando le scuole e le chiese, che pur dovrebbero essere palestre di idealità etiche e civili. Il perbenismo ipocrita egocentricamente fondato impera e oltre l’immediata pulsione del potere, del piacere, del diletto, non vede altro. Il mondo può anche precipitare nel baratro della guerra nucleare, ultima e definitiva, e l’ anima dell’ uomo, di ciascun uomo, perdersi nel nulla, poco importa. L’ uomo e la donna “perbene” hanno altro da pensare che a Navalny o ai boia del secolo. Non siamo più al tempo degli eroi! Lo credo bene: viviamo nel tempo dei vigliacchi e dei cialtroni. Questo si. Se neanche il sacrificio di un profeta come Alexiei Navalny può svegliarci dal torpore sordido e mortale in cui crediamo di vivere, allora vuol dire che siamo già morti e la nostra fine è già segnata. Certamente non dal destino.

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