Alfio Pelleriti

“Il personalismo è una filosofia, non è un atteggiamento e non è un sistema.”, dice Emmanuel Mounier, e la persona, quindi, non è un oggetto che si presta ad essere esaminato, misurato e analizzato dall’esterno come una cosa, come se non avesse una soggettività, una peculiarità intrinseca, una sua storia, una sua anima che rende ciascuno unico. L’uomo, poi, aggiunge il filosofo, modifica il suo comportamento in relazione ai valori in cui crede e verso i quali cerca di indirizzare la propria vita. Il cristianesimo, ad esempio, indica il valore dell’amore reciproco, l’amore per il prossimo, l’amore per Dio di chi si sente amato da Dio.
“Una filosofia per il nostro tempo” abbiamo titolato e Mounier nel suo saggio affronta il tema, diventato di estrema attualità, del rapporto uomo/natura: esiste, dice, un’interdipendenza tra l’uomo e l’ambiente che significa aderire alla necessità dello sfruttamento delle immense risorse naturali, ma occorre anche rispettarle, senza depauperarle, senza interventi radicali, senza atteggiamenti pirateschi, ma nell’ottica di una coesistenza e interdipendenza positiva e creativa. L’uomo, infatti, è capace di capire la natura e di trasformarla, di difenderla quando è in pericolo, e il cristiano, in particolare, ama la natura perché crede che sia un dono divino. Ecco perché la visione personalista dell’uomo è esattamente il contrario dell’individualismo tipico della società borghese occidentale che si afferma a partire dal XVIII secolo, un approccio che non considera gli uomini come persone ma come rivali, in un contesto in cui la libertà non ha misura né direzione che non sia quella dell’utile. E afferma a tal proposito: “La persona è un’esistenza capace di staccarsi da se stessa per divenire disponibile agli altri – è l’uscire da sé – E’ essere tutto per tutti, senza cessare di essere, e d’essere me stesso”[1].

La comunicazione è, infatti, un passaggio inalienabile del personalismo, che interessa la piena realizzazione della persona che guarda alla comunità e non si isola, e dunque sottolinea l’importanza del dialogo e del confronto con gli altri. Certo Heidegger e Sartre, su tale questione, sono su posizioni critiche e pessimistiche, poichè affermano che la sola presenza dell’altro diventa un limite alla libertà del soggetto, percepito, a volte, come un vero e proprio nemico, ostativo alla realizzazione personale. “L’inferno sono gli altri” affermava Sartre; lo sguardo degli altri è soffocante, è un impedimento e ogni intrapresa per l’esercizio della libertà diventa velleitaria, tuttavia, aggiunge il Nostro, “colui che si rinchiude nell’io non troverà mai una via verso gli altri. Quando la comunicazione si allenta o si corrompe, io perdo profondamente me stesso: l’altro diventa alieno, e io divento, a mia volta, estraneo a me stesso, alienato. Si potrebbe dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, e, al limite: essere significa amare.”[2] Discende da tale assunto l’importanza del donarsi e il valore liberatorio del perdono e della fiducia, come leggevamo noi adolescenti degli anni Sessanta del secolo scorso nei due libri dello scrittore e presbitero Michel Quoist, “Amare, il diario di Daniele” e “Donarsi, il diario di Anna Maria”. Era il tempo in cui stare insieme agli altri era una necessità e l’amicizia era fondata sulla fiducia e sull’amore, nonostante si avvertisse come naturale la possibilità della caduta e dell’incomprensione.
Se la vita autentica, dice Mounier, è quella che fa riferimento all’amore verso gli altri, e verso Dio, il nemico di questa visione, di questa fede vissuta nell’incontro amorevole e compassionevole con gli altri, è la vita anonima del “si dice” e del “si fa”, della moda e della mediocrità cercata e voluta; la vita del “chi me lo fa fare?”, quella del girarsi dall’altra parte di fronte agli eventi drammatici del proprio tempo mirando solo alla soddisfazione del proprio ego; “il mondo in cui noi ci lasciamo agglomerare quando rinunciamo ad essere dei soggetti coscienti e responsabili: il mondo della coscienza sonnolenta, degli istinti senza volto, dell’opinione vaga, delle relazioni mondane, della chiacchiera quotidiana, del conformismo sociale o politico, della mediocrità morale, della folla, della massa anonima, dell’organismo irresponsabile. Mondo arido e senza vita, in cui ogni persona ha provvisoriamente rinunciato a sé in quanto persona per divenire un qualsiasi intercambiabile.”[3]
Il saggio pone al lettore numerosi interrogativi sulla sua personale esistenza. Si direbbe che l’autore dialoghi con lui, poiché la sua analisi individua gli elementi essenziali che ruotano attorno alla vita di un uomo caratterizzata o dal suo carattere effimero e inconsistente oppure dalla profondità, dall’armonia, dall’empatia tra le diverse dimensioni dell’essere nel mondo. è come se Mounier chiedesse a ciascun lettore se ha scelto di inserirsi con consapevolezza nel contesto dei valori esistenziali facendo diventare se stesso “persona”, oppure ha scelto la vita comoda e ripetitiva della tiepida mediocrità.
Nel saggio di Mounier, si trovano riferimenti al male, alla giustizia, all’impegno, all’esigenza del realismo da coniugarsi con il bisogno di trascendenza, e poi all’arte, alla libertà, ai doveri civici. Tutti questi elementi impongono al lettore di interpretare il testo che ha in mano senza fretta, di leggerlo con cautela, facendo incontrare ogni suo elemento con la sua storia personale, poiché Mounier ci ricorda che la storia di ognuno è essenziale per cogliere l’universale della trascendenza. L’errore in cui si potrebbe cadere, avendo assunto il punto di vista del personalismo, è quello di isolarsi, di rifuggire la società; il sentirsi unici e non capiti dagli altri. E a tal proposito Mounier ricorda che “il personalismo non è un’etica per i grandi uomini, un nuovo tipo di aristocrazia, che sceglierebbe gli individui più eccezionali dal punto di vista psicologico o spirituale per farne i capi alteri e solitari dell’umanità. Si sa che questa è la posizione di Nietzsche.”[4] No! Mounier intende l’amore come lotta, come stare nella vita contrapponendosi al male e alla morte, con un riferimento costante ai valori custoditi come un tesoro nella propria coscienza, essendo sempre pronti all’impegno e all’assunzione di responsabilità. Così come la vita spirituale non significa rinchiudersi in convento o fare l’eremita o disdegnare il sociale, è invece coinvolgimento contro l’inerzia. La persona, insomma, entra nell’agone sociale esprimendo la sua opinione, dando giudizi, comunicando le proprie scelte. La persona è tale in quanto sente la trascendenza come completamento del suo stesso essere; non è un agitarsi scomposto, non è paura della morte, non è un rifugiarsi illusorio nell’eternità, come ho sentito affermare al buon Galimberti, ospite nel salotto televisivo di Corrado Augias, ma “la negazione di sé come mondo chiuso, autosufficiente, isolato nel proprio scaturire. La persona non acquista consistenza che nell’essere cui aspira. Senza questa aspirazione, si disperderebbe in soggetti momentanei.”[5]
Vicino al sentire attuale è il suo punto di vista sull’educazione, il cui compito fondamentale, dice il filosofo, è quello di stimolare le persone non di farle o di “fabbricarle” con l’addestramento. L’educazione non deve adattare il fanciullo al conformismo dell’ambiente familiare o sociale o al compito che esplicherà da adulto. Il problema dell’educazione non è solo della scuola: essa rappresenta solo un settore dell’educazione totale, che dovrà veicolare una cultura che non sia solo un accumulo di sapere ma che contribuisca, con la formazione, ad una trasformazione profonda e positiva del soggetto. “Ogni cultura è trascendenza e superamento. Se essa si arresta, diviene incultura: accademismo, pedantismo, luogo comune. Se non mira all’universalità, si isterilisce nella specializzazione.”[6]
La seconda parte del saggio è dedicata alla crisi del sistema borghese occidentale iniziata nel 1929, quando crollarono le sicurezze sull’inarrestabile progresso e, con esse, la convinzione che quel sistema economico e culturale sarebbe stato il faro della rivoluzione scientifica e tecnologica che avrebbe portato benessere e felicità all’umanità intera o alla parte più fortunata di essa. Le successive guerre mondiali, i campi di sterminio, i genocidi, avrebbero smentito tali certezze, sulle quali pesavano già le articolate critiche di pensatori scomodi: Marx, con la sua teorizzazione della lotta tra classi sociali; Freud, con le sue pulsioni inconsce che rendono sottile il discrimine tra normalità e anormalità; Nietzsche, il filosofo del nichilismo e dell’individualismo.
Dati biografici
Emmanuel Mounier nasce a Grenoble il 1° aprile 1905 in una famiglia piccolo borghese di origine contadina. Si laurea in filosofia con una tesi su Descartes nel 1927 e subito dopo è docente d filosofia al liceo di Saint-Omer. Nel 1932 fonda la rivista “Esprit” e prende contatti con J. Maritein e N. Berdjaev. Si sposa nel 1935 con Paulette Lederq, risiedendo a Bruxelles. Nel 1936 pubblica il Manifesto al servizio del personalismo. Nel 1938 nasce la figlia Francoise che a sette anni viene colpita da encefalite. Nel 1942, arrestato, viene trasferito in diversi carceri. Nel 1947 pubblica Che cos’è il Personalismo. Muore il 22 marzo 1950 per infarto.
Sulla mediocrità: “La più alta disperazione è di non essere disperato” (Kierkegaard). “Il regno della mediocrità soddisfatta è senza dubbio l’espressione moderna del nulla, e, forse, come voleva Bernanos, del demoniaco.” (p. 136)
Sulla famiglia: “E’ una struttura carnale, complicata, difficilmente del tutto sana, che produce, a causa dei suoi squilibri affettivi interni, innumerevoli drammi individuali e collettivi. Anche quando è sana, il suo orizzonte carnale pone limiti alla sua spiritualità. D’altra parte le comunica quella densità e quella luce intima che costituisce la sua inconfondibile poesia.” (p. 144)
[1] Emmanuel Mounier, Il personalismo, editrice AVE, Roma 2004, pag. 61
[2] Ibidem, pag. 60
[3] Ibidem, pp. 66-67
[4] Ibidem, pag.86
[5] Ibidem, pag. 105
[6] Ibidem, pp. 156-57