Sull’introduzione a “I Vicerè” di Gaspare Giudice

Alfio Pelleriti

Finito di leggere questo autentico capolavoro, come mio solito, sono passato alla lettura dell’introduzione, curata da Gaspare Giudice e con mia sorpresa mi sono trovato davanti a una stroncatura radicale, senza appello, dell’opera di De Roberto, condotta con una veemenza davvero rara in chi l’analisi di un prodotto letterario dovrebbe condurla con un po’ di rispetto, se si ammette che esso è frutto della libertà creativa dell’uomo e del suo diritto a tentare strade nuove, percorsi che provino a mettere a fuoco virtù e debolezze umane, raccontate con canoni che seguono la tradizione d’appartenenza o che li rivoluzionino, tentando nuovi stilemi, prospettando nuove visioni del mondo.

Federico De Roberto

Ma Gaspare Giudice crede, invece, che analizzare un’opera letteraria significa vestire la toga d’un giudice che, inflessibile, osserva truce, lì sul banco dell’imputato, l’autore che, tremante e col cappello in mano, aspetta la sentenza. Ed è una sentenza di condanna quella richiesta da questo severo “pubblico ministero” nelle sue quaranta pagine che precedono I Vicerè; è una “requisitoria”, condita da vere e proprie gratuite offese allo scrittore; una introduzione che risulta essere un esempio di come non si dovrebbe scrivere un’analisi critica di un’opera letteraria.

Di questo atto accusatorio del novello Torquemada, che porta anche nel cognome (Giudice) il ruolo che ama e vorrebbe svolgere anche se non abilitato, riportiamo qualche significativo passaggio:

I Vicerè sono una spietata sacra rappresentazione dove Dio è scomparso, ma dove è rimasto un vuoto nel posto da lui occupato, e in questo vuoto rifluisce una scena di esemplare indegnità cristiana.”1

Vi sono presenti e catalogabili tutti i peccati cattolici; se si vuole tutti quelli stessi dell’inferno dantesco: gola, avarizia e prodigalità, ira, violenza e malizia, frode contro chi non si fida; tutti i tipi di frode: dall’ipocrisia alla baratteria, alla ladreria, al tradimento, alla simonia.”2 Dunque uno scrittore deve attenersi non solo ai canoni espressivi usati nel periodo storico d’appartenenza, ma deve rispettare la religione ufficiale, non criticare l’assetto sociale e politico del suo paese, non deve prendersi delle licenze che potrebbero offendere la sensibilità dei benpensanti.

Scandalizzato, il curatore accusa di snobismo culturale De Roberto, che nasconderebbe però, tale atteggiamento da dandy e da blasè, un sentimento di invidia avverso gli Uzeda, nobiltà di sangue e non di toga come quella della sua famiglia. In realtà De Roberto, afferma Giudice, crede nel valore dell’aristocrazia e se descrive la decadenza dei Francalanza, sarebbe come ammettere che ci dev’essere stato il momento della purezza: “C’è insomma una identificazione snobistica e la repressa delusione dello snob all’origine della sua vendetta!” e con tale leggerezza, tipica degli arroganti, il curatore mette suggello al suo “j’accuse” che indica l’intenzionalità e quindi la premeditazione del “reato”.

Dopo aver stroncato l’opera in relazione ai contenuti, il Giudice passa all’esame delle modalità espressive usate dallo scrittore e anche su tale piano la condanna è scontata: gli rimprovera che vorrebbe imitare la voce narrante di Verga nei Malavoglia che, in quel capolavoro, rappresentava coralmente il sentire del popolo, della società tutta. Quella di De Roberto, invece, sarebbe una voce narrante vicina al mondo dei personaggi che assume, quindi, toni da pettegolezzo diffamatori “in un orizzonte chiuso e di tenore spirituale estremamente basso.”3

Inoltre, aggiunge il curatore purista, ancora con la toga in spalla e con l’indice puntato verso la gabbia dell’imputato, certo ormai che anche i “lettori/giudici popolari” si sono convinti della colpevolezza di De Roberto: “I Vicerè è il romanzo della chiacchiera. La chiacchiera è ininterrotta.” Per “chiacchiera” egli intende il ricorso ai dialoghi, uno stile che definisce povero e paratattico. Per capirsi, quello che userà Cesare Pavese, Pasolini, Philip Roth, Ernest Hemingway e tanti altri. “la chiacchiera è anche uno strumento per ridimensionare verso il basso e anche per denigrare e anche per calunniare, ed è ambiguissimo strumento linguistico.4 Dunque, pochi dialoghi, e una prosa ipotattica contraddistinguerebbero un capolavoro per il curatore Gaspare Giudice che, non pago, continua nella sua requisitoria, pensando già alla pira su cui brucerà il seminatore d’odio, il narrator blasfemo, indicandolo alla “Corte” come un individuo che non ha superato il legame edipico con la madre, visto che si era lasciato andare alla disperazione sul letto di morte della genitrice, come un amante sul corpo dell’amata, invocando per sé la morte. E conclude infine, la toga in un braccio, la mano dell’altro che punta in alto, i toni vibranti come un principe del Foro: “Personaggi e mondo sono tenuti in basso per un atto di violenza. Lo scrittore fa pesare la sua mano frigida su uomini e società e cronaca e storia con un registro inenarrabile di castigazione secondo un gesto sopraffattore di disprezzo, la cui provenienza non ha a che fare, se non per una mascheratura, con i comandamenti morali. La mancanza di carità dei personaggi corrisponde esattamente alla mancanza di carità dell’autore di essi… il romanzo è un disegno e una fantasia eminentemente sadica.5

E dunque è scontata la richiesta della pena: quella massima, quella capitale, il rogo sulla pubblica piazza!


1 Gaspare Giudice, Introduzione a F. De Roberto, I Vicerè, I classici UTET, Torino 1982, pag. 17

2 Ibidem, pag. 18

3 Ibidem, pag.26

4 Ibidem, pag. 29

5 Ibidem, pag.36


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