Antonio Scurati, “Fascismo e populismo”

Alfio Pelleriti

Breve, essenziale, chiaro ed esaustivo il saggio di Antonio Scurati sul tema “fascismo e populismo”. Cento pagine gli sono state sufficienti per elencare le caratteristiche del fascismo, poiché ha mirato al cuore del problema, senza inserire divagazioni, senza esemplificare, descrivere, senza ricorrere a paragoni, similitudini, orpelli retorici, ma ricorrendo ad un discorso semplificato al massimo, scarnificato il più possibile, per fare emergere la struttura essenziale dell’argomento.

Il fascismo, dice Scurati, fu un movimento che si affacciò sulla scena politica e sociale italiana subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale e che si concluse con la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, con la morte del suo capo, con l’eliminazione delle istituzioni totalitarie, con le condanne dei responsabili di crimini perpetrati, insieme all’alleato nazista, contro civili, contro ebrei, contro antifascisti. Si chiudeva con una dittatura che era nata avvalendosi della violenza squadristica e che ad essa avrebbe ricorso per eliminare possibili avversari politici o per trovare soluzioni rapide, aggirando contestazioni, resistenze, critiche e ottenendo così un consenso generalizzato al sistema basato sulle cosiddette “leggi fascistissime”: niente partiti politici ma solo il partito unico, quello fascista; niente sindacati e niente scioperi, niente stampa libera ma controllata dal Minculpop con il ricorso alle “veline” (il ministero decideva di quali notizie dovessero occuparsi i giornali) e alla censura; niente Parlamento sostituito dal Gran consiglio del fascismo e dalla Camera delle corporazioni; costituzione di una milizia fascista armata che si sarebbe occupata di individuare avversari del fascismo o semplici contestatori. Lo Stato era fascista perché il popolo tutto era fascista: la scuola, la famiglia, l’Università, il tempo libero, tutto era fascista.

Antonio Scurati

Fu quello un sistema totalitario che, sostengono oggi eminenti intellettuali, politologi, giornalisti, accademici convintamente democratici ed esponenti di partiti di sinistra, è ridicolo affermare che si possa oggi riproporre in Italia, e che è avventato avanzare critiche alla Destra politica di voler riproporre programmi, scelte politiche e stilemi di quel fascismo. Il professor Massimo Cacciari, ad esempio, ha fortemente criticato chi, da Sinistra, ha avanzato tali ipotesi, con sarcasmo e motteggi aspri o con altezzosi silenzi. Antonio Scurati mette in evidenza invece ciò che lega il fascismo mussoliniano al neofascismo del nostro presente storico, il populismo degli anni ’20 del Novecento al populismo di oggi in Ungheria con Fidesz, il partito di Viktor Orban, Alternative fur Deutschland in Germania, Rassemblement national di Marine Le Pen in Francia, FdI  e La Lega in Italia, i conservatori radicali di Donald Trump negli USA, i sostenitori di Bolsonaro in Brasile e l’attuale capo del governo Gerardo Milei in Argentina.

Scurati, dopo la pubblicazione della trilogia su Mussolini[1], ha ritenuto opportuno pubblicare questo pamphlet senza aspettare la prossima uscita del quarto volume sugli ultimi giorni di Mussolini, affinché la sua narrazione del fascismo non fosse interpretata semplicemente come uno dei tanti lavori biografici sulla figura del duce, nonostante il suo lavoro si caratterizzi per attenzione scientifica e passione civica nella ricostruzione di quei drammatici eventi storici. Egli ha ritenuto opportuno esprimere il suo punto di vista sul tema del populismo dilagante in varie aree geografiche mettendo in evidenza le peculiarità del fascismo, quelle del populismo e analizzando le condizioni che, ora come allora, potrebbero precipitare l’Italia nel buio di una democrazia di facciata, svuotata delle sue radici antifasciste, socialiste, cattoliche e liberali. Il fascismo, ci ricorda Scurati, fin dai suoi albori, nacque dalla violenza e si mantenne con essa e ancora oggi rappresenta una minaccia per l’Italia e per il mondo: questa è la tesi che vuole dimostrare con questo suo intervento. Negli anni ’20, espulso dal PSI e dall’Avanti, di cui era direttore, Mussolini sposò la causa degli Arditi che, finita la guerra, rimasero fuori da ogni contesto produttivo poiché la loro specificità era stata l’azione improvvisa nel buio della notte nelle linee nemiche col coltello tra i denti e le bombe a mano da scagliare per uccidere e rientrare poi nelle retrovie. Tanti di loro erano ex galeotti arruolati perché abituati alla pratica della violenza e privi d’ogni remora morale, pronti ad uccidere per il piacere di farlo.

Il 23 marzo 1919, a Piazza San Sepolcro a Milano, Mussolini costituì i fasci di combattimento e da quel momento la violenza sarà “l’alfa e l’omega” del fascismo e l’accompagnerà dall’inizio alla fine del suo percorso.

Altra caratteristica del fascismo fu la “seduzione” esercitata da Mussolini sull’Italia, che lo porterà da capo di un manipolo di bruti e di assassini a capo del governo, solo dopo due anni dalla disfatta delle elezioni del 1919. Da quel momento il suo populismo sarebbe consistito nella identificazione con il popolo: “Io sono il popolo” e “il popolo sono Io”, che significa che il tutto, la pluralità, si possono annullare perché rimanga solo il singolo che deciderà sulla sorte di un’intera comunità. Tale identificazione era supportata da una stampa connivente o succube al regime, che si prestava ad essere strumento comunicativo e che, insieme al manganello, avrebbe annullato ogni possibilità di far circolare liberamente il pensiero, e ove vi fosse stata qualche voce fuori dal coro, sarebbe stata subito accusata di essere nemica del popolo, la voce di un traditore, da eliminare. Il Parlamento divenne, allora, un luogo di traditori o di nemici da portare al silenzio o da eliminare, come un cancro della nuova società da costruire. E Mussolini minacciò più volte i parlamentari non fascisti, prima del 1925. Per Mussolini quella era solo “un’aula sorda e grigia” che poteva ridurre a suo piacimento a “bivacco per i suoi manipoli”.

Altra caratteristica del populismo, focalizzata da Scurati, risiede nel fatto che Mussolini indicò se stesso come “l’uomo del dopo”. Lui cioè cavalcava gli eventi profittando delle condizioni che si presentavano usando solo tattiche per gestire convenientemente gli accadimenti, senza alcuna strategia aprioristicamente programmata, parlando alla “pancia” degli Italiani. Oggi si dice che i politici populisti seguono gli umori popolari, ascoltano gli anti valori che circolano nei bar o tra la folla, lì dove non si attiva il pensiero critico ma si dà seguito alle pulsioni e agli istinti più bassi. Dice Scurati: “In pochi anni Mussolini tradì tutti: i pacifisti, i socialisti, i repubblicani, D’Annunzio che lo aveva ispirato, i liberali giolittiani che lo avevano portato in Parlamento, i camerati squadristi della vigilia.[2]

E poi, la quarta caratteristica che si palesa come una regola seguita dal leader populista: agire sulla paura, sentimento fondamentale della folla, quale formidabile strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi, aumentandola per trasformare quel sentimento in odio per indirizzarlo verso il nemico di turno da eliminare. Il gesto violento diventa ammissibile, senza provare alcuna remora morale, perché la propaganda del fascismo e del populismo annulla ogni complessità, ogni intervento del pensiero. Il fascista perfetto sarà il gerarca che agisce senza attivare il pensiero ma mostrando doti fisiche, come è solito fare saltando dentro il cerchio di fuoco durante i saggi nella pubblica piazza.

Dalla semplificazione e dalla tendenza a tacitare il pensiero a favore dell’azione, deriva la convinzione che sia giusto eliminare il nemico, magari al grido di battaglia “eia, eia, eia, alalà!” ancora col pugnale tra i denti come gli arditi. Mussolini ai suoi gerarchi per arringarli, all’apertura di un incontro nazionale, confessò che non aveva mai letto una pagina di Benedetto Croce, suscitando l’ilarità generale e un entusiasmo irrefrenabile negli astanti. Dice Scurati: “E’ un tipo di comunicazione preriflessiva, emotiva, prepotente”. Cosa fare, dunque, per contrastare l’attuale populismo? Riprendere la lotta costante, quotidiana, in difesa della democrazia e dei valori dell’antifascismo, restando vigili per riconoscere in tempo i nemici della democrazia. Affermava Leonardo Sciascia in La Sicilia come metafora: “La mia sensibilità al fascismo continua ad essere assai forte, lo riconosco ovunque e in ogni luogo, persino quando riveste i panni dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo italiano. Il fascismo non è morto.[3]


[1] La trilogia è costituita da M. il figlio del secolo; M. L’uomo della provvidenza; M. Gli ultimi giorni dell’Europa, recensiti su questo sito piazzagrandeblog.com

[2] Antonio Scurati, Fascismo e populismo, Bompiani editore, Milano 2023, pag. 69

[3] Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora. Intervista di Marcelle Padovani, Oscar Mondadori, 1984, pag. 89.


Una risposta a "Antonio Scurati, “Fascismo e populismo”"

  1. Stimo Scurati per il suo lavoro onesto, scientifico, sincero e le sue pubbliche posizioni coraggiose, mi compiaccio ancora una volta col prof. Pelleriti per la recensione più che attuale e preziosa, almeno per chi non ha perso l’ abitudine di leggere e riflettere.
    È vero, il fascismo non è morto ma sopravvive sotto le ceneri riemergendo sotto mentite spoglie, per cui bisogna vigilare e aguzzare lo sguardo con lungimiranza per riconoscerne la reviviscenza anche nelle piccole cose del quadro nazionale e del quadretto locale. Quest’ultimo infatti non va trascurato né sottaciuto perché è il primo e immediato ganglio in cui ogni cittadino consapevole e antifascista può intervenire. Il quadretto non si avvale più di parate in divisa e marce militari, di balilla e figli della lupa, è più soft, aggiornato e festivo: raduna le folle ai concerti, le assembla in club sportivi, li attira in allegri conviviali con taglio di torta chilometrica in pubblica piazza a cura degli amiconi di turno.
    Il quadretto è ricco di voltagabbana pronti a dare l’ottantacinque per cento di consensi a chi per primo promette la luna, perché la democrazia non è più una cosa seria ma un gioco, anzi, purtroppo, una cosa malata e da risanare dalle radici. Il qualunquismo è il virus che la avvelena e l’antifascismo potrebbe curarla, ma come poter intervenire efficacemente quando l’antidoto è rigettato anzitutto dalla seconda carica dello Stato che venera a casa sua il simulacro del Duce senza ardire dì prenderlo a martellate pubblicamente davanti a palazzo Madama? Eppure, credo, ciascuno di noi può fare sempre qualcosa per contrastare questa nuova epidemia promuovendo una nuova cultura democratica, pacifista, non violenta, fraternitaria e rispettosa dei diritti di tutti e di ciascuno. Bisogna crederci, ma non a parole.

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