Alfio Pelleriti

Una storia fantastica è quella del visconte Medardo di Terralba che pensò bene di fare fino in fondo il cavaliere e, munitosi d’armatura, d’un cavallo e di Curzio, il fedele suo scudiero, lo incontriamo subito nelle prime pagine in terra di Boemia dov’era in corso una guerra dei cristiani contro i turchi musulmani (Guerra austro-turca).
Presto informati, noi lettori, dal nipote del visconte, nato da una sua sorella che aveva avuto un rapporto alquanto tempestoso con un contadino poi diventato brigante e in seguito impiccato, Medardo giunse lì dove la battaglia infuriava. Non si tirò certo indietro e, datosi che il suo cavallo fu sbudellato dalla scimitarra di un infedele, e Curzio anche lui fu colpito a morte, avanzò, spada in pugno contro la prima linea nemica mentre intorno cavalieri, fanti cristiani e musulmani cadevano colpiti a morte o feriti. Per Medardo era il battesimo del fuoco e dunque inesperto su come condurre un attacco senza affidarsi ad improvvidi velleitarismi, procedette impavido contro una postazione nemica armata di cannone e in pieno, infatti, venne colpito da una palla che gli tranciò di netto metà del suo corpo. Tuttavia i barellieri che di lì a poco passarono a soccorrere i feriti, avendolo notato, incuriositi, pensarono di tirare un tiro mancino ai dottori che a loro risultavano antipatici, mettendoli in difficoltà di fronte ad un corpo ridotto a metà ma ancora in vita: lo raccolsero e tra i pochi che si salvarono ci fu anche lui, anzi si salvò quella metà che gli era rimasta integra.

Il visconte, dimezzato, aveva conservato tuttavia la parte cattiva della sua personalità e se ne accorsero presto gli abitanti del contado poiché, essendo morto il visconte suo padre, rimase lui ad amministrare il castello e il territorio di pertinenza. Più che gli aspetti economici il visconte dimezzato era interessato ad amministrare la giustizia di cui si occupò con pugno duro, senza alcuna pietà per i rei e comminando le pene più severe e spesso ricorrendo alla pena di morte mediante impiccagione. Briganti, contadini, servitori, imbroglioni caddero nelle maglie della sua giustizia e conobbero del visconte il suo perverso gusto nel torturare, incendiare, uccidere e dimezzare ogni cosa gli capitasse a tiro: animali, frutta, fiori, funghi, pesci.
Tutti soffrivano per la crudeltà del visconte e tutti erano terrorizzati dalla sua mancanza di un sentimento di pietà, cosi che gli abitanti del castello e del contado si chiusero sempre più in se stessi pensando così di sopravvivere alla furia di Medardo.
Successe che il visconte adocchiò un giorno la giovane e bella Pamela che voleva portare al castello togliendola ai genitori con la promessa di sposarla. Ma la giovane donna, nonostante il consenso dato dai genitori, non acconsentì alla richiesta del visconte, non volendo rinunciare alla sua libertà e si oppose al suo volere, anche quando il visconte lasciò ogni bonomia minacciandola.

Immersi nel terrore e con le coscienze smarrite vivevano le comunità che avevano rapporti con quell’arrogante, malefico visconte dimezzato che impiccava, incendiava, separava dimezzando ogni cosa che manifestasse armonia. I lebbrosi che, pur nella sofferenza, stavano fra loro concedendosi dei divertimenti che spesso si trasformavano in comportamenti illeciti; gli ugonotti, diretti dal vecchio Ezechiele, che pensavano unicamente ai loro lavori, insensibili alle ingiustizie che si perpetravano, sopportando perfino Esaù, il figlio del loro capo, dedito al brigantaggio e ad ogni sorta di nefandezze. Intanto, sotto il governo del visconte che per la sua cattiveria veniva chiamato “il gramo”, l’artigiano Pietrochiodo, seppur dotato di una vera genialità e capacità realizzativa, non costruiva che forche e arnesi per giustiziare i sempre più numerosi condannati; il dottor Trelawney constatava gli avvenuti decessi e il padre e la madre di Pamela cercavano di convincere la figlia di concludere il matrimonio col visconte. Improvvisamente un elemento nuovo comparve in quello che sembrava ormai un meccanismo destinato a continuare senza alcuna soluzione di continuità: ci si accorse che accadevano presso quelle comunità dei fatti inconsueti che facevano supporre la presenza di un personaggio buono, affabile, disponibile. Era l’altra metà del visconte, la sua parte buona, quella che era stata raccolta e tenuta da parte finchè non le si diede possibilità di vivere come l’altra, quella cattiva.
Le due metà del visconte, il Gramo e il Buono amavano Pamela e ciò li porterà a sfidarsi a duello che si concluderà con il ferimento di entrambi i duellanti. Lì presente era il dottor Trelawney che salvò le due parti congiungendole e ricavandone la primigenia unica persona. Da quel momento in avanti un visconte soltanto governerà Torralba, anche se gli errori e le ingiustizie non scomparvero ma si alternavano a periodi di serenità e di pace.

Calvino nel primo racconto fantastico della trilogia “I nostri antenati” (Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Il visconte dimezzato), pubblicato nel 1951, adopera, come negli altri due racconti, una prosa chiara, semplice ed elegante che assume, quasi naturalmente, una carica ironica anche quando i toni della vicenda sembrano caratterizzati da cupezza e ombrosità, e con tale canone formale il Nostro indica una visione del mondo e dell’uomo che piega al pessimismo: l’uomo ha in sé una potenzialità enorme di volgere ogni sua azione in direzione del male; è capace di fare emergere una tendenza ferina volta ad ogni tipo di nefandezza contro i suoi simili; nell’animo dell’uomo giacciono tendenze aggressive che si placano solo nella distruzione del simile. Ma per fortuna c’è anche la possibilità di sconfiggere o tenere domo tale desiderio di dissoluzione con comportamenti opposti che tendono alla realizzazione di idealità positive e universali, che si richiamano alle libertà fondamentali, al vivere in un consesso democratico, fondato sul rispetto reciproco, sulla lealtà e sulla solidarietà.
In definitiva l’unione dei due visconti che mette insieme parte buona e parte cattiva della natura umana sottolinea che l’uomo può essere capace di grandi nefandezze ma saranno sempre altri uomini, sorretti dal loro sentimento etico e solidaristico, che potranno riportare condizioni di vita utili al progresso della comunità, in cui ciascuno possa liberamente realizzarsi nel lavoro e nella creatività.