Alfio Pelleriti
“La psichiatria istituzionale processa, giudica e condanna gli esseri umani simulando di praticare la medicina… Se la psichiatria deve cambiare è necessaria un’ampia rivoluzione socio economica che comprenda anche una rivoluzione dell’orientamento morale e spirituale.”[1]
“La punizione, definita come trattamento, è ancora costituita dall’isolamento e dalle regole repressive, e oggi anche dai farmaci, dall’elettroshock, dal coma insulinico e dalla chirurgia cerebrale… Fin dall’inizio il sistema psichiatrico occidentale ha tollerato e perfino incoraggiato il terrore, la tortura e la punizione.”[2]

Le due citazioni presentano il focus attorno al quale si muovono gli interventi dei più importanti rappresentanti dell’antipsichiatria tratte dalla prefazione di Martin Schatzman a “L’altra pazzia”, un testo fortemente rivoluzionario perché ribalta completamente i punti di riferimento considerati “normali” per l’interpretazione della realtà. Si parte proprio dalla ridefinizione della realtà superando la convinzione, data ormai per assodata, scientifica, naturale, che il punto di vista scientista nato in seno alla società occidentale capitalistica sia l’unico possibile. I vari interventi muovono dal presupposto che per spiegare la realtà occorra l’apporto delle varie discipline, sia umanistiche che scientifiche, che hanno ciascuna una loro istituzione interna, un senso e una sostanza e dei caratteri che costituiscono una precisa fondazione obiettiva, con una loro deontologia specifica data in maniera statutaria ai loro operatori interni. Ciò vale anche e soprattutto per gli operatori psichiatrici che operano sul malato per ricondurlo alla normalità stabilita dal sentire sociale e culturale tipico del capitalismo occidentale.
E se la malattia mentale, la schizofrenia, fosse la manifestazione rivoluzionaria di ciò che non si è potuto incasellare nel corso della formazione individuale? Se in tale comportamento fuori dal binario segnato dalla cultura dominante vi fossero echi infantili che non sono stati piegati dalle varie istituzioni e agenzie educative? Se qualcosa di primitivo viene fuori dalla profondità cerebrale, da quella corteccia che conserva tracce di comportamenti ancestrali? Nel saggio è chiaro un approccio nuovo alla malattia mentale, che auspica la formazione di operatori psichiatrici che prestino attenzione e vicinanza ai malati e che si attrezzino per aprirsi ad una formazione olistica, affinché comprendano la realtà sociale che spesso contribuisce alla nascita dei comportamenti schizofrenici, attraverso il contributo di tutte le discipline: dalla storia all’economia, dalla letteratura alla teologia, dai vari settori artistici alla filosofia, dalla tecnologia all’antropologia, dalla medicina alla fisica, alla microbiologia ecc. ecc. Tutto il sapere dovrebbe tenere le porte aperte e porre attenzione ed ascolto a ciò che si determina nei vari settori scientifici, avendo al centro una nuova umanizzazione del sapere, rispettando l’uomo in ogni sua condizione; eliminando ogni tipo di barriera e lasciando solo il termine “persona” come sintesi altamente etica che impone rispetto e trattamento dignitoso.

Senza tale premessa qualsiasi definizione di schizofrenia o qualsiasi intervento che prescinda dal rispetto della dignità del malato, è destinato al fallimento, perpetuando ancora la disumanizzazione del malato mentale e la sua morte sociale.
Il filo conduttore che tiene legati tutti gli interventi dei maggiori teorici della cosiddetta “antipsichiatria” consiste, dunque, in una denuncia radicale dell’approccio medico al comportamento considerato “deviante”, malato, schizofrenico, psicopatico, nevrotico, con la conseguente terapia coatta o accettata della persona interessata. Gli studi condotti dalla medicina nel campo della devianza comportamentale o della depressione, spesso si limitano alla registrazione di una differenza qualitativa e quantitativa dai comportamenti socialmente accettati e considerati “normali”. Chiunque, dunque, assuma, con azioni o con il linguaggio o con semplici atteggiamenti, scelte esistenziali diverse dalla normalità crea una situazione di “disturbo” e deve perciò essere “trattato”, curato e messo in condizione di non nuocere alla comunità d’appartenenza, alla sua famiglia, all’ambiente in cui lavora, alla comunità sociale d’appartenenza.
Da Cooper a Laing, a Szasz, tutti i rappresentanti dell’“antipsichiatria” che si fa sentire soprattutto in Inghilterra a metà degli anni Settanta, concordano nel denunciare che dalla medicina generale alla psichiatria, alla psicoterapia, il paziente viene messo in condizione di non nuocere a se stesso e agli altri. Nella maggior parte dei casi si agisce in modo che egli “non deve dare fastidio” con i suoi comportamenti bizzarri e strampalati, fuori misura e ridicoli, e dunque gli si prescriveranno integratori, farmaci antidepressivi, sonniferi, elettroshock, interventi chirurgici sui lobi frontali, internamento coatto presso case di cura per psicotici.
Thomas Szasz afferma: “La reclusione è sempre utile ai reclusori, alle persone care del paziente, e ad altri a cui egli dà fastidio o disturbo.”[3] E ancora: “Viviamo in un’epoca caratterizzata da un tremendo bisogno di un certo numero di ‘matti’ sui quali una larga parte del resto della popolazione può lavorare, e che la parte non-matta di essa può vantarsi di sostenere.”[4]
Si può sintetizzare l’assunto teorico su cui si basa l’antipsichiatria, cioè la posizione etica e metodologica con la quale alcuni psichiatri a partire dagli anni Sessanta del ‘900 hanno contestato atteggiamenti, prassi, metodi della psichiatria istituzionale nel trattamento della sofferenza mentale e di chi viene definito anormale o pazzo, con quanto afferma a tal proposito Aron Esterson: “Esistono nella nostra società forze potenti che temono il risveglio della gente. La psichiatria è un mezzo per farla riaddormentare. Quelli di noi che sono svegli o che stanno cominciando a svegliarsi devono guardare con molto sospetto gli psichiatri e criticare radicalmente la pratica psichiatrica. Dobbiamo esigere che si instauri una psichiatria autentica: non una psichiatria del conformismo sociale, ma una psichiatria della liberazione personale e della libertà esistenziale.”[5]
Mi sembra opportuno inserire in coda a questo articolo la recensione di un famoso saggio di Ronald Laing, uno tra i maggiori rappresentanti dell’antipsichiatria, “La politica dell’esperienza”.
Ronald Laing, La politica dell’esperienza, Feltrinelli editore, Milano 1976, Prima edizione 1968.
Alfio Pelleriti

Dice Ronald Laing nel suo interessante saggio, “La politica dell’esperienza”, che la vita dell’uomo si gioca tutta nel cogliere l’ingranaggio sotteso al suo “essere gettato nel mondo”, per usare la fondamentale espressione di Heidegger, che così definiva la nascita di ogni essere umano. Afferma Laing che la vita dell’uomo consiste in esperienze che attengono relazioni all’interno di un contesto umano, in quelle relative alla sua realtà biologica interna, oltre che ad esperienze che gli vengono dall’ambiente in cui vive. Tali esperienze sono insieme piene e vuote di significato; consentono di percepire l’essere e il nulla; inducono alla speranza o alla disperazione, alla creatività o all’alienazione nullificante. Fin dalla nascita, ad esempio, l’essere umano sperimenta la gioia di sentire il calore del seno materno che gli consente di sopravvivere ma proverà anche la sofferenza dell’essere deprivato di tale legame alla vita. (complesso di castrazione).
Persino gli artisti, gli scienziati, gli inventori, i creativi insomma, non fanno altro che riempire vuoti, “non-essere”, silenzi, avvalendosi di colori e suoni o di parole, con formule e osservazioni che sono stati stimolati da una realtà esterna alla loro esistenza, e prima che essa possa diventare un elemento dell’esperienza personale di ognuno, quegli elementi che si uniscono a formare enti, opere pittoriche, musicali o poetiche, dovranno attraversare il “non-essere” in cui sono state prima che l’uomo creatore le abbia accolte con il suo ”è”, con la sua copula, che fornisce sostanza e significato a ciò che prima non era o era altro.

La poesia o la musica, infatti, sono tentativi di riempire dei vuoti, di dare significati ad un mondo che ci presenta continuamente la sua faccia oscura, insondabile, irrazionale. Nessun uomo, sembra affermare Laing, potrebbe vivere senza relazioni che possano portare ad esperienze uniche, poiché ogni individuo subisce l’azione di altri individui e a sua volta entra nel mondo altrui condizionando e subendo condizionamenti. A questi si aggiungano tutti quei “meccanismi di difesa”, presentati da Sigmund Freud, e che sono per lo più inconsci, con i quali ogni individuo cerca di mantenere integra la sua già non definita percezione di se stesso. Sostiene Laing: “Sotto il titolo di meccanismo di difesa la psicoanalisi descrive un certo numero di modi in cui una persona diviene alienata da se stesso; per esempio, repressione, scissione, proiezione, introiezione.”[1] Tuttavia è bene considerare che tali meccanismi di difesa non sono appannaggio solo delle menti deviate o di chi confonde l’interiorità con l’esteriorità, il sogno con la realtà, l’Io e il noi, ma attengono anche ai gruppi: dalle famiglie alle comunità lavorative, fino alle comunità nazionali e sovranazionali, lì dove si impongono regole ferree di comportamento, idealità che assumono certezze universalistiche, logiche inattaccabili e tabù inossidabili. Queste comunità si devono difendere da comportamenti che non riconoscono più il “noi” ma seguono logiche individuali che confliggono con le maggioranze. Queste ultime si difenderanno dal “diverso” definendo i suoi comportamenti, non in linea con quelli del gruppo, come “anormali”, “psicotici”, “schizofrenici”. Nelle famiglie e nella scuola si è stati attenti ad intervenire sui figli e sugli studenti reprimendo l’Eros e incoraggiando il rispetto ipocrita verso le istituzioni e le autorità, il conformismo, la diffidenza verso comportamenti “eccentrici”. È bene ricordare, dice Laing, che “negli ultimi cinquant’anni (scrive nel 1968) noi, esseri umani, abbiamo massacrato con le nostre mani qualcosa come cento milioni di individui della nostra specie. Viviamo tutti sotto la minaccia costante del nostro sterminio totale. Sembra che cerchiamo morte e distruzione come fossero vita e felicità.”[2]
[1] Ronald Laing, La politica dell’esperienza, Feltrinelli editore, Milano 1976, pag. 32
[2] Ibidem, pag. 75
[1] Martin Schatzman, prefazione a L’altra pazzia, Feltrinelli, Milano 1975, pag. 13
[2] Ibidem, pag. 20
[3] Ibidem, pag 278
[4] Ibidem, pag 286
[5] Ibidem, pag. 344
Ancora una volta il prof. Pelleriti apre uno squarcio sulle problematiche dei nostri giorni per aiutarci a far chiarezza. La riflessione che egli ci propone sulla salute mentale con la recensione de L’altra pazzia, curata da Laura Forti, ci richiama all’attualissimo problema della convivenza con chi definiamo “pazzo”.
È vero che la psichiatria istituzionale giudica, marchia, punisce, isola e “tratta il pazzo” e che la società “civile e normale ” benevolmente lo scarta e lo reprime come motivo di vergogna e di fastidio, dal quale difendersi e mettersi in salvo perché fonte di pericolo permanente, ma è altrettanto vero che dopo la chiusura dei manicomi disposta dalla legge 180/78 e le nuove forme assistenziali e finanziarie, il “pazzo” è spesso divenuto fonte reddituale per la famiglia cui appartiene.
Quest’ ultimo evento non è di per sé comprensione della malattia e miglioramento del rapporto interpersonale, accettazione e valorizzazione del soggetto in una nuova logica di inclusione delle diversità, con cui vengano soddisfatti i bisogni affettivi che egli, il “pazzo” esprime fuori dalla “norma”: tutt’altro!
La stessa logica capitalista di dominio securitario e produttivistico che prima della legge Basaglia lo relegava come errore, peccato e rifiuto dell’ umanità, oggi ugualmente lo relega e costringe con psicofarmaci e proibizioni a svolgere ruoli sociali marginali e asserviti a chi si autodefinisce “normale”. Può anche essere assunto nel pubblico impiego con ruoli esecutivi grazie alla sua disabilità mentale che gli assicura una corsia preferenziale in quanto diversamente abile rispetto a chi non lo è, ma ai suoi bisogni affettivi profondi, alla sete di riconoscimento della propria identità, difficilmente troverà soddisfazione.
Rimarrà mero ingranaggio produttivo e consumistico che misconosce il valore unico e irripetibile della persona e della sua dignità. E se la malattia fosse davvero ciò che è sfuggito alla formazione individuale, residuo dell’ infanzia o eredità ancestrale, con quali mezzi fare emergere, riconoscere e valorizzare in dignità realizzata tale nucleo profondo espunto dalla “normalità” come minaccioso ed eversivo?
A volte genio e follia hanno generato grandi artisti, altre volte spietati criminali, altre ancora simulazione e corruzione si alleano per conseguire illeciti benefici, ma il “pazzo” veramente pazzo rimane purtroppo ancora nell’ ombra come il Bambino di Betlemme che non trova posto in città e rimane emarginato nella periferia, lontano dagli occhi e lontano dal cuore!
In effetti una società non empatica, una famiglia meramente economicistica e per di più accecata da pregiudizi e ignoranza, non sono in grado di intercettare nel “pazzo” la denuncia dei propri limiti e lo sprone a maturare una più autentica umanità. L’educazione e la cultura eticamente fondate dovrebbero rigenerare il costume, il senso comune, il modo di vivere dei cittadini, le formazioni sociali, ma una tale rivoluzione del sentimento non si compie dall’ oggi al domani, anche perché gli adulti ormai guardano più al passato che al futuro. Sanno i giovani incaricarsi di questo compito? Ne hanno cuore e voglia? Anche per questo aspetto il futuro è nelle loro mani.
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