Vitaliano Brancati scrittore del Novecento

Alfio Pelleriti

1Nicolò Mineo, Brancati nella letteratura siciliana degli anni Quaranta

Mi succede quando leggo interventi critici di professori universitari, anche di chiara fama, di pensare che soffrano di una forma di sindrome che definirei “sindrome Verdiglione”, lo psicanalista (senza o) i cui articoli, pubblicati sulla rivista Spirali tra gli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, presentavano una difficoltà sintattica e semantica notevole, tanto da sembrare provocatori per il lettore, suscitando poi un’acre sarcasmo in noi giovani appena laureati, cui non mancavano le letture giuste, non solo sui padri fondatori della psicoanalisi ma anche sugli intellettuali che proprio in quegli  anni avviarono un dibattito sul ruolo della psicologia e della psichiatria per l’assetto sociale e culturale dell’Occidente: da Deleuze e Guattarì (L’anti-Edipo) agli autori dell’antipsichiatria, da Franco Basaglia a Ronald D. Laing, da Morton Schatzman a David Cooper e altri. Una “sindrome” che porta tanti di questi docenti a scrivere in forma ricercata, arzigogolata in alcuni, criptica in altri, per cui bisogna rileggere più volte i loro testi per decrittarne i significati. E si ha proprio l’impressione che scrivano seguendo propri schemi mentali senza minimamente pensare ai loro lettori, ma riferendosi al proprio mondo accademico in maniera dunque autoreferenziale. Una scrittura barocca, ricercata, esondante con periodi lunghi le cui subordinate sono legate in un ordito non sempre armonico. Non fa eccezione il professor Nicolò Mineo in questo suo intervento su Brancati che rivela la cifra dell’espressività dei docenti che sembra accomunarli, tranne certo delle eccezioni, in questo loro piacere, neanche nascosto, di volere rendere complessa la costruzione dei loro discorsi e relazioni, di modo che appaia densa di significato, originale e interessante più di quanto possa esserlo l’autore. Su Brancati ecco come esordisce nel suo intervento: “Il simbolico, l’allegorico, il parabolico (riconosco di non capire se si intende con tale aggettivo l’esprimersi per parabole o fare dei salti concettuali descrivendo delle parabole) sono le forme di una rappresentazione in cui, in vario modo e varia gradazione e con diverso rapporto di rilevanza delle componenti, il livello dei significati immediati assume un ruolo di mediazione di altri significati che lo trascendono o addirittura lo azzerano.[1]

V. Brancati

2Rosario Castelli, La “nausea” del ‘937. Note sul primo tempo di Brancati

Nel Diario romano Brancati afferma che il dissenso verso il fascismo degli intellettuali dissidenti si manifestava già negli anni ’30, gli anni del consenso alla dittatura, con la fuga dagli scritti che inesorabilmente passavano sotto la lente ottusa e violenta della censura, per rifugiarsi nei discorsi privati.

Brancati nell’immediato dopoguerra non correrà tra le braccia degli intellettuali alla moda che si erano aperti al nichilismo, al soggettivismo e allo sperimentalismo (soprattutto nel teatro). In particolare egli prende le distanze da Sartre e dal suo romanzo esistenzialista “La nausea” e dal teatro pirandelliano. Ricorrere alla chiarezza dei sentimenti per lui era da preferire alle mezze verità e agli equilibrismi che, con la sconfitta del fascismo, dovevano essere eliminati non riproposti sotto mentite spoglie. La libertà andava accettata e vissuta con coraggio per Brancati, e il suo rivolgersi al teatro della tradizione o della classicità significava un riappropriarsi dei temi relativi ai valori dell’eticità e dell’eterno conflitto tra bene e male, una ricerca che il soggetto avrebbe dovuto condurre con coraggio per dare senso alla sua vita, oltre i paletti indicati dal potere, dalle mode, dal senso comune.

A me sembra che la filosofia sottesa alla sua produzione sia quella kantiana del dovere per il dovere e degli imperativi categorici, del rispetto delle persone, della considerazione della Bellezza come strumento per scoprire l’essenza del bene; una visione tipica di un intellettualismo etico che richiama Socrate e i Padri della Chiesa. Lo sperimentalismo culturale per lui, piuttosto che un balzo in avanti, costituiva un ritorno al nichilismo del fascismo; un ripercorrere strade già segnate, dagli esiti nefasti che avrebbero ancora condotto non alla libertà dell’individuo ma al suo smarrimento; ancora alla richiesta di un capo o di un vate che si assumesse lui il compito di gestire la vita della comunità non gravandola col peso della libertà con i suoi condizionamenti morali, con le sue regole, le discussioni, i dibattiti, con la sua democrazia.

Il suo ricorso al comico e all’irrisione di comportamenti “semplificati” ed ottusi, miranti alla soddisfazione di pulsioni istintuali potevano essere ricondotti ad una critica del vitalismo fascista, ma non solo. La sua fu una battaglia titanica all’interno di una comunità che preferiva restare “maggioranza silenziosa” piccolo borghese, dai progetti di corto respiro, che era stata già alla base del gregarismo fascista; che sarebbe stata collaterale al potere mafioso e supporto necessario della vecchia classe aristocratica e, nel dopoguerra, del nuovo potere democristiano, dopo aver cambiato colore alla casacca, dal nero al bianco, per servire i nuovi padroni ricevendo in cambio favori e prebende.

Tuttavia è anche giusto individuare delle assonanze tra la “noia” degli antieroi brancatiani della sua Pachino o di Catania e la cittadina di Bouville dove si muove il protagonista della “nausea” sartriana, Antoine Roquentin, “assalito dalla noia e dalla violenta ripugnanza che gli provoca il sentimento dell’esistere”, dice il professore. Interessante la nota del curatore su Brancati “uomo dell’800” e in particolare il suo ritorno a Leopardi che testimonia come il Nostro fosse in conflitto col proprio tempo come il Recanatese lo fu con il suo. In Paolo il caldo è evidente il riferimento al sentimento della disperazione e della morte.

3Rosa Maria Monastra, Al di là del gallismo: temi e forme in Paolo il caldo.

Più che un commento al bellissimo romanzo, la relazione sembra avere i caratteri di una prolusione in un’aula piena di studenti sui quali lasciare una sensazione di docente ben preparata, elegante nell’eloquio, capace di andare avanti e indietro nel testo cogliendo parallelismi con altri scrittori, con altre opere, inserendo naturalmente citazioni e giudizi inappellabili, marchianti ogni volta il povero Brancati, sempre più spogliato di originalità e di sue peculiarità, fino a ridursi a un corpo nudo e senza vita pronto per l’ulteriore, definitiva sezionatura, offerto infine come vittima sacrificale ad un uditorio meravigliato da cotanta sapienza.

Nel merito non sono d’accordo con l’interpretazione del romanzo, considerato sbrigativamente come un percorso allucinatorio di un uomo dedito alla lussuria, destinato a sicura caduta e alla morte. Un romanzo, dunque, dove l’eroe ha solo tratti negativi, esempio di una patologia da dipendenza sessuale, mancante di qualsiasi riferimento alla riflessione sull’uomo e sul suo destino, sulle sue scelte esistenziali: “Il tema centrale di Paolo il caldo è la metamorfosi ferina in cui la cosiddetta vitalità è solo opponente, configurandosi essa piuttosto come una sorta di entropia, una furia distruttiva ed autodistruttiva, insomma una corsa affannosa verso la morte.[2] E ancora: “La storia in questo romanzo non esiste. Esiste solo l’uomo, con le sue strutture psichiche sempre uguali… è una circostanza significativa che non si dia alcun rilievo ai grandi eventi nazionali ed europei di mezzo secolo.[3] Sarebbe a dire che non è vero romanzo quello che non sia anche storico, nel senso che l’autore dovrebbe inserire eventi precisi accaduti nel tempo in cui si svolge l’azione del romanzo e con essi dovrebbero misurarsi i personaggi! Ma quale sarebbe questa regola che elimina alla radice la libertà d’espressione? Certo esiste con le dittature, in cui la creatività si deve piegare alle esigenze propagandistiche del regime, lì dove non conta e non ha peso la sensibilità e la libertà di chi scrive, conta piuttosto l’occhiuto burocrate che passa le sue veline o impugna il timbro censorio che obbliga al taglio o alla modifica. E non è forse parlare di storia fornire al lettore i dati peculiari di una società da cui evincere una mentalità dominante o i valori etici di riferimento o i diritti della persona esaltati o vilipesi? Non significa forse riferirsi a caratteristiche sociali e storiche quando si delineano le volizioni, i turbamenti, la forza e le debolezze di rappresentanti le classi dominanti? Oppure Ferdinand Braudel, lo storico degli “Annales”, sbagliava clamorosamente quando sosteneva che i fatti storici non si devono ridurre solo alle guerre e alle vicende dei grandi personaggi della politica, fatti cioè che attengono il “breve periodo”, l’”evenementielle”? Insieme ad essi vanno esaminati anche quelli di “medio periodo”, che si misurano in decine di secoli, come la cultura materiale, lo sviluppo tecnologico e scientifico, la mentalità, i rapporti sociali; e infine, i fatti di “lungo periodo” che si misurano in millenni, come i cambiamenti climatici con tutti gli effetti che ne derivano, ambientali, sociali, economici.

Credo che la relatrice interpreti con pregiudizio sia il protagonista del romanzo che tutti gli altri personaggi, e “cascami allarmanti del Bell’Antonio” definisce alcuni passaggi del romanzo, come ad esempio la sequenza in cui il vecchio barone Paolo scherza sulle deformità del mezzadro: “piegato e quasi inebetito dalla fatica non è che una riscrittura truce, intrisa del rimorso sociale dello scrittore, della sticomitia (sic!) comica che si svolgeva tra Alfio e il suo fratello di latte Nunzio.[4] E un altro esempio di “cascame del Bell’Antonio” sarebbe la passeggiata di Paolo con lo zio Edmondo considerata: “una replica deforme della passeggiata di Antonio con lo zio Ermenegildo”: “Là una struggente lezione di travaglio fisico e morale, la ricerca disperata del senso ultimo delle cose; qui una lezione di libertinaggio, di cinismo, di ottusità nei confronti dei più elementari valori umani.[5] Ma uno scrittore in che modo dovrebbe presentare le divere e opposte visioni del mondo dei personaggi della sua storia? Deve narrare o deve presentare una relazione su un tema? È un saggio il suo o è una vicenda con un protagonista, un antagonista, con altri personaggi secondari che partecipano tutti a costituire i vari livelli semantici? A meno che non si preferisca che lo scrittore mantenga chiari, intoccabili, i valori di riferimento delle classi dominanti o di una parte politica considerata depositaria di una verità non attaccabile, rigettando in tal caso l’idea che ciò che conta nella creazione artistica sia la libertà d’espressione senza riferimenti a scuole di pensiero o a gruppi che dettano la linea politica agli intellettuali e agli artisti.

Infine chi ha usato tutto il suo armamentario accademico emette la “sentenza”, apparentemente assolutoria, in realtà di condanna alla collocazione perpetua di Brancati tra gli scrittori minori: “Irraggiando verso la confessione e la saga familiare, il saggio e la forma negativa del romanzo di formazione, Paolo il caldo ci appare un’ardimentosa summa in cui miti e tòpoi personali si raggrumano sotto un segno nuovo, un segno che per molti versi si prospetta come l’allucinato e allarmante presagio di un trapasso epocale.[6]

4Nunzio Zago, “Modernità di Brancati”.

Più le cose ostili ci ricacciano in noi stessi, e più sonora e sensibile si fa la nostra camera alle voci e ai passi di coloro che fuori imperversano.”[7]

Assumo la citazione riportata dal professor Zago nella sua relazione, i cui passaggi chiari e intensi, illuminanti su Brancati, condivido pienamente. Sì, finalmente lo scrittore pachinese si colloca nel posto che merita, come uno scrittore tipico del Novecento, nel quale forte è l’attenzione alla realtà che lo circonda ma che non esclude, anzi diventa essenziale, una riflessione sulla sua personale esperienza di vita, quasi che sezionare se stesso sia compito non eludibile dell’artista che si proponga nelle sue opere di contribuire a far comprendere il suo tempo con le contraddizioni  e i condizionamenti che gli vengono dal passato, con le aspirazioni e le speranze per un futuro migliore. Allora i riferimenti alla noia, alla sensualità, ai comportamenti pulsionali di certi suoi personaggi, la loro fuga dalle responsabilità del presente e la passività patologica, la fissazione in atteggiamenti di arrogante e violento esercizio del potere, sembrano tutti aspetti derivanti da un’appassionata ricerca dell’essenza dell’uomo, come accadde in Leopardi, la cui cifra era la cognizione del dolore e della morte. Anche Brancati si spese nella ricerca di un senso della vita, scandagliando tutte le scelte e le non-scelte degli individui. Sì, proprio lui, Brancati, che si percepiva così lontano dalla filosofia esistenzialista e dall’approccio psicoanalitico per la spiegazione del comportamento umano, risulta poi sul campo della creatività vicinissimo ai due approcci. Così come non vera risulta l’interpretazione di Brancati come un minore nella storia della letteratura italiana, perché troppo legato al suo microcosmo catanese. Miope tale giudizio che misconosce i legami forti con la produzione letteraria nazionale ed europea fino alle istanze illuministiche e romantiche dell’800, quelle almeno che dell’uomo volevano focalizzare ciò che rimanda ai valori universali, alle istanze religiose e spiritualistiche. Anche se, dice il relatore, professor Zago, “quest’aspirazione alla totalità è continuamente insidiata e contraddetta da un dubbio pungente, da un amaro risvolto d’insicurezza e di apprensione, peraltro tipico del carattere dei siciliani, che può sfiorare la perplessità metafisica… e da qui una scrittura che va verso i paradisi della memoria e del sogno e verso altri territori, luminosi o scuri, dell’io.[8] E ancora come risposta a chi accusa Brancati di provincialismo o di narratore che incappa in “errori” strutturali di composizione (come se parlassimo di un supponente e velleitario scrittore che pretende comporre senza possedere i rudimenti dell’arte con la quale pretende di misurarsi), così risponde ancora Nunzio Zago: “Brancati non ha voluto darci, semplicemente, il ritratto noioso e satirico d’una mediocre vita provinciale e nazionale, ma il resoconto fantastico-storico dei tempi moderni, l’allegoria d’una condizione vana e crudele, delle sue effimere eccitazioni, della sua insensatezza e stupidità.[9]


[1] Vitaliano Brancati scrittore del Novecento – Atti della giornata di studi su V. Brancati, Ragusa, 13 novembre 1995 pag. 16

[2] Ibidem, pag. 97

[3] Ibidem, pag. 100

[4] Ibidem, pag. 101

[5] Ibidem, pag. 101

[6] Ibidem, pag. 103

[7] Da Vitaliano Brancati, Opere 1932 – 1946, a cura di Leonardo Sciascia, Bompiani, Milano 1982, pp. 654-6.

[8] Ibidem, pag. 120

[9] Ibidem, pag. 123


2 risposte a "Vitaliano Brancati scrittore del Novecento"

  1. La “sindrome Verdiglione” che il prof Pelleriti ha intravisto nel prof. Mineo è, secondo me, comune a molte altre persone, colte e non colte, per il dilagare del vezzo linguistico di modi di dire e parole specialistiche incomprensibili.
    Le numerose specializzazioni, le tecnologie, non solo informatiche, le attività e gli ambiti lavorativi esclusivi e particolaristici, anziché favorire la crescita linguistica, intellettiva e sociale in direzione di un’ armonica sintesi, l’hanno frammentata, impedita e bloccata. La lingua dovrebbe riappropriarsi della sua funzione costruttiva e unificatrice semplificando il “burocratese “, rendendo elementari le complessità; dovrebbe permettere a tutti di godere del nuovo, del bello e dell’ utile che abbiamo conquistato.
    Non è questo il compito, anzitutto, della scuola e delle agenzie infomative e formative? La “sindrome Verdiglione ” crea steccati, conflitti e, purtroppo, ancora una volta privilegiati prepotenti e svantaggiati diseredati, dipendenti e privi di libertà, cioè poveri! Parola chiara ed etica occorre, dunque, come vorrebbe Rosario Castelli, perché la parola rende liberi.
    Non riconosco in Paolo Castorini l’affezione di “entropia autodistruttiva” come fa la professoressa Monastra, piuttosto propendo per l’ ansia spasmodica e dolorosa di ricerca del protagonista di un senso della propria vita che non trova, e il tutto in un contesto storico, sociale e culturale tormentato ma chiarissimo e vivo, giusto il richiamo del Pelleriti all’ “evenementielle” di Braudel.
    Anche per me Brancati oltrepassa il provincialismo per assurgere negli spazi della grande cultura europea illuministica e romantica, elevando a quell’ altezza la sicilianità della parola, spesso tragica ma anche volta ad accarezzare con timore e tremore i confini della metafisica. Ancora una volta grazie al prof. Pelleriti.

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  2. Angela Carrà invia e volentieri pubblichiamo:
    Caro Alfio, a prescindere da tutte le riflessioni che sono state espresse nei confronti di Brancati, io sono dell’idea che : c’è chi scrive in modo più o meno chiaro ,esaustivo e pertinente per comunicare stupore compiacimento, approvazione….e poi ci sei tu che, con maestria e semplicità espone considerazioni chiare su argomenti o scrittori ….Io preferisco le tue recensioni che sono rivolte al Vero!!!

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