Alfio Pelleriti

Un periodare lieve in una scrittura simile ad un quadro impressionista: delle pennellate semplici, agili, una battuta leggera in dialetto e il gioco è fatto. Il lettore si immerge in quel contesto così come avviene quando al cinema si segue un film di Scorsese con De Niro attore protagonista. Come potrei esprimermi se non con un paragone ancora tratto dal cinema, per far capire quale eleganza sia insita nella prosa di Vitaliano Brancati e quello che mi viene subito in mente è un film di cappa e spada in cui un giovane Errol Flynn con tocchi leggeri della sua spada, da pirata o da moschettiere, fa arretrare i suoi avversari, deridendoli prima della stoccata finale e senza mai rinunciare al suo incedere elegante e lieve, seppure energico ed efficace. Così Brancati nelle prime pagine de “Il bell’Antonio” presenta in una prosa mirabilmente elegante e con sottile ironia i giovani siciliani, indolenti e appassionatamente intenti a trovare una soluzione al loro desiderio di vivere un’avventura galante con una donna romana. Scrutano il paesaggio, unico per bellezze artistiche, non per estasiarsi con i capolavori di Michelangelo o Borromini o Bernini ma per scorgere il volto di una giovane donna e con tale immagine fantasticare immaginando straordinarie avventure. Non ci si può inventare artisti, né tantomeno, come usa in questo nostro tempo, pensare che, datosi che si sa tenere la penna in mano e più o meno si riescono a mettere in fila due tre pensieri, ci si possa definire “scrittori”, senza neanche arrossire un po’, rivelando che il pudore, quello che spesso portava un rossore non voluto alle gote, non fa più parte dei sentimenti di chi vive questa nostra epoca.
Nel Bell’Antonio Brancati rivela non solo d’essere scrittore autentico ma sopraffino sociologo, psicologo attento, regista intelligente, osservatore appassionato, caratteristiche indispensabili per costruire un romanzo elegante e fluido, complesso e denso di contenuti antropologici, filosofici, politici. Il risultato così apprezzabile sta in un equilibrio lieve, sospeso ma a tratti intenso, coinvolgente come succede seguendo un’esecuzione di un’opera da parte di un’orchestra diretta dal maestro Muti, i cui componenti sanno dare con umiltà il loro contributo perché poi il risultato sia corale, superbo nella sua apparente semplicità. Si veda, ad esempio, ogni sequenza del primo capitolo, ma soprattutto quella della partenza di Antonio dalla stazione Termini alla volta di Catania, dove protagonisti diventano per una volta le comparse, alle quali viene lasciato il compito di esprimere il sentimento doloroso del distacco: sono due cani, il primo ben curato, portato al guinzaglio da Antonio, fortunato ad avere quel padrone così attento e amorevole, l’altro un randagio che li accompagna, interessato a stare accanto a quel compagno occasionale di cui vuole condividere per pochi istanti il calore e le attenzioni che gli riserva il suo giovane padrone; e intanto D’Agata, l’amico di Antonio, lo intrattiene mentre, affacciato al finestrino dello scompartimento, aspetta la partenza del treno, e intanto ascolta l’amico che lo informa sull’ultimo gioco di società svoltosi la sera prima in un salotto buono tra amici e amiche comuni. (Ecco, i veri amici, sembra dirci Brancati, non sono gli umani ma i cani; sono loro che manifestano un affetto autentico, guardandosi intensamente in quei pochi attimi prima della partenza e della definitiva separazione).

Se si volesse entrare fin nell’essenza della sicilianità, esaminando comportamenti che aprono insieme al dramma e alla situazione comica, allora il Bell’Antonio di Brancati è il romanzo che bisognerebbe assolutamente leggere. Leggerlo, tuttavia, con fronte rilassata, col cuore pronto al sussulto quando una frase, un motteggio, una situazione o una descrizione del narratore apre la porta del ricordo e in un istante rivedi te stesso, l’amico d’infanzia, tuo nonno, tua madre, tuo padre, u massaru Carminu, con in bocca le parole consuete, con le stesse ansie, le labbra piegate ad esprimere gioia, dolore, paura, sentimenti che noi siciliani non amiamo comunicare per intero, d’impeto, svuotandoci velocemente di tutto ciò che ci arde dentro e li soffochiamo ad un tratto quei sentimenti, anche se non sempre con successo, come succedeva ad Alfio Magnano, padre affettuoso e apprensivo di Antonio. Certo il suo compito non era leggero e non facile da domare gli risultava la rabbia scaturita dall’offesa più grave che un siciliano possa subire: il sospetto di non essere all’altezza, lui o il figlio, di assolvere ai doveri di coppia, di placare con prestazioni superbe il desiderio della donna, soprattutto se fidanzata o moglie. L’onore sarebbe perduto e la morte sociale certa, garantita, come certi sarebbero stati la conseguente infelicità e l’isolamento sociale.
Vitaliano Brancati è un maestro nel mettere in evidenza tale contesto sociale, dove la mentalità maschilista era ossessivamente occupata a guardare nell’orticello del vicino per scorgervi una “trasgressione” al senso comune, una falla nel fiero gallismo accettato da uomini e donne come una virtù naturale, una normalità necessaria per sentirsi accettati da una comunità ipocrita e violenta. La comicità, che a tratti viene fuori dalle descrizioni di eventi, situazioni, personaggi, è intrisa di sarcasmo e la prosa si fa spesso tagliente come un rasoio nel mettere a nudo la superficialità, gli ancestrali pregiudizi, l’adagiarsi ipocrita sul senso comune, l’egoismo ottuso della provincia siciliana. Tuttavia non è solo della critica mordace che si avvale Brancati per condurre la narrazione, anzi, non mancano, a quella intrecciate in un ordito inestricabile, le riflessioni ponderate, chiare, coraggiose, libere, anche se amare. Tale tratto la critica del dopoguerra non gli perdonò affibbiandogli l’etichetta dello scrittore satirico del gallismo siciliano, che piegava spesso ad un realismo sessista. A lui si rimproverò la sua giovanile adesione al fascismo e un successivo antifascismo che si limitava ad un semplice parallelismo tra maschilismo e azionismo fascista. Carlo Muscetta, Carlo Salinari, Geno Pampaloni, gli intellettuali del Politecnico non gli perdoneranno la scelta di rimanere fuori dalla corrente neorealistica preferendo la libertà espressiva al successo della militanza organica. Così come in Paolo il caldo l’autore mostrò chiaramente di riconoscersi in Michele Cantorini, padre di Paolo, isolato in un contesto di individualisti e di vuoti edonisti, preferendo il suicidio all’adesione acritica ad un mondo ipocrita e materialista, nel Bell’Antonio Brancati si sente vicino al sentire di Ermenegildo, zio materno di Antonio Magnano, che si misura con aspetti trascendenti la realtà, che si chiede se le sue scelte esistenziali siano state opportune e apprezzabili per coltivare la sua dimensione spirituale senza farla abortire anzitempo, come molti preferivano fare per non passare attraverso la notte oscura del dubbio, attraverso la sofferenza di un’autocritica che avrebbe demolito antiche convinzioni, titaniche certezze. Afferma infatti, Gildo: “Tu non puoi supporre che gemme di sofferenze sono capaci di scovare dentro la tua carne! Gli basta un centimetro della tua pelle per mettervi dentro tutto l’inferno!… non c’è coraggio che basti, figlio mio! Io non sono un vigliacco, ma ti assicuro che non c’è coraggio che basti! La civiltà cristiana e la giustizia sociale: che belle parole! Ma guarda poi le smorfie dei cadaveri che lasciano marcire per giornate intere nelle pozzanghere… è così che si prepara il bene degli uomini?”[1]

Anche la prosa di questo romanzo trovo perfetta, con un magistrale dosaggio di discorso indiretto, gestito dal narratore, e i dialoghi dei personaggi, mai banali, ma carichi di humor, di ironia sottile o di drammatiche aperture ad approfondimenti di temi sociali o psicologici. Sì, la psicologia è la materia che più sembra padroneggiare Brancati, ma non certo per passare in rassegna le problematiche relative a certe turbe psichiche, bensì per l’abilità con la quale riesce a scavare nell’animo di Antonio, il protagonista, o di Barbara, la sua giovane moglie, del padre di lui, Alfio Magnano, il cui Ego è a pezzi a causa del comportamento del figlio che aveva manifestato un difficile e conflittuale rapporto con la sua bella moglie, senza consumare alcun rapporto carnale e quindi andando incontro ad una inevitabile separazione e all’annullamento del matrimonio, ma soprattutto esponendosi al facile sarcasmo dei ferali conoscenti del quartiere. Un comportamento inspiegabile per Alfio che riteneva il figlio un prolungamento del suo Io. Quale psicoanalista avrebbe potuto presentare così magistralmente la madre di Antonio, così ossessivamente preoccupata per il figlio, il solo cui indirizza tutte le sue attenzioni, tutta la sua carica affettiva, così come si comporta chi soffre del complesso di Giocasta? Ecco perché ogni psicoanalista che si rispetti, nel corso dell’analisi didattica, ai suoi allievi consiglia di leggere, di leggere di tutto, ma soprattutto le grandi opere letterarie, a partire dai classici greci a cui Freud attingeva per dare nome e far meglio comprendere quali turbe psichiche possono svilupparsi nell’età adulta qualora i vari complessi attraversati nell’infanzia non trovino un naturale epilogo, un’accettabile sublimazione, un giusto compromesso tra le diverse forze che interagiscono all’interno della famiglia nelle varie fasi dello sviluppo evolutivo.
Dice Domenica Perrone nella sua postfazione alle opere di Brancati: “la scrittura di Brancati rivela la qualità della sua appartenenza a un mondo, a una cultura, ma pure la misura del suo dissenso e della sua diversità… un costume di grande libertà intellettuale. È la componente più cospicua e significativa nell’eredità che egli ha lasciato.”[2]
Il giudizio sbrigativo con cui si liquida, ancora oggi, il mondo brancatiano è quello che lo indica come lo scrittore che si muove tra realtà e sogno, tra moralismo (fustiga e stigmatizza il gallismo dei siciliani) ed affermazione della libertà espressiva; è il narratore, secondo altri critici, in cui coesistono razionalità e irrazionalismo, e dunque, non essendo possibile un suo collocamento in una corrente letteraria, egli diventa un “minore”: lo scrittore catanese del gallismo e del comico che convive con il tragico. Si veda la vicenda di Paolo Castorini in “Paolo il caldo” e di Alfio e Antonio Magnano in “Il bell’Antonio” o dei protagonisti vinti dall’inedia e votati all’insuccesso esistenziale ne “Gli anni perduti”. Vi sono, tuttavia dei personaggi nella sua produzione in cui emerge una sola caratteristica, quella della razionalità e della scelta chiara e univoca, sono coloro che sanno leggere con coraggio la drammaticità ineludibile dell’esistenza, fino all’accettazione della morte come compimento naturale della vita dell’uomo, che trova finalmente serenità dopo aver affrontato eventi che precipitano nella solitudine, nell’incomprensione, nella sofferenza. Sono i già citati Michele Castorini in “Paolo il caldo” ed Ermenegildo Fasanaro, zio di Antonio Magnano, nel “Bell’Antonio”. Essi rappresentano l’elemento razionale che connota la vita dello scrittore almeno dal 1934 in poi, l’anno in cui decide di rinnegare la sua produzione giovanile e la sua adesione al fascismo. Brancati da quel momento avvierà una riflessione sulla vita cercandone un senso in elementi trascendenti la realtà storica, le certezze della tradizione e delle mode, per attingere ad elementi spirituali che potessero dare senso al vivere. Dice Ermenegildo: “Cristo di Dio, perché non deve essere vero che tu esisti? Perché non dev’essere vero che gli assetati di giustizia saranno saziati, e che gli infelici in terra siederanno alla tua destra nella luce e nella gioia?”[3]
Tale sua posizione viene ribadita da Vitaliano Brancati a conclusione di una sua conferenza tenuta a Parigi il 24 maggio 1952 nell’ambito del festival “L’opera del XX secolo” organizzato dal Congresso Internazionale per la libertà della Cultura: “Bisogna che gli uomini di pensiero si rivolgano agli stupidi, mentre i politici risolvano i problemi dei derelitti. Nella società in cui è sempre latente il fascismo, accade invece che i politici vogliono risolvere i problemi degli stupidi, lasciando ai poveri la povertà e agli uomini di pensiero la scelta tra il silenzio e la menzogna.”
[1] Ermenegildo si riferisce al suo viaggio in Spagna e alla guerra civile che ha insanguinato quel Paese.
Vitaliano Brancati, Il bell’Antonio, in Opere 1947-1954, Classici Bompiani, 1992, vol. 2°, pag. 142
[2] Ibidem, pag. 1507
[3] Ibidem, pag. 239
Ottima prosecuzione analitica di un Autore validissimo e attuale quale il Brancati. Grazie al prof. Pelleriti.
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