Federico Campagna, “Cultura profetica”. Seconda parte: il profeta

Alfio Pelleriti

Il Profeta

Il profeta è, secondo il Nostro, la figura fondamentale del “tetrafarmaco” dell’umanità: ultima ma la più importante, dopo quelle del metafisico, dello sciamano, del mistico. Siamo già oltre la “modernità occidentalizzata”, in un tempo in cui sarà stato cancellato il worlding di coloro che ostinatamente supponevano che la civiltà ipertecnologica, liberista e progressista, ma anche materialista, sarebbe durata nei millenni a venire. Sarà il profeta, invece, a ridare speranza all’umanità dopo la catastrofe e, come tutti i profeti del passato, apparirà ai più come “fuori dal mondo”, “grottesco” con i suoi comportamenti anticonformistici, oltre i canoni entusiasticamente accettati dalle masse. La figura del profeta porta con sé la lieta novella di un “altrove” che mette in crisi tutte le “visioni del mondo” dei singoli individui o dei gruppi che si affidano alle varie cosmogonie, annunciandone una nuova. “I profeti parlano in maniera grottesca di una realtà multidimensionale, evocata fino ai limiti dell’immaginazione. E lo fanno con un linguaggio a cui non manca la leggerezza di una commedia.[1] Figure ribelli, sostiene Campagna, i profeti vivono in contrasto con le autorità secolari e religiose, e lo stesso linguaggio non segue alcun codice perché fuori dalla storia e dal mondo: “è il luogo dove la profezia rende manifesta se stessa.”.

Certo il saggio del giovane Campagna non è di facile approccio, poiché propone riflessioni che vanno oltre le analisi di una razionalità codificata e i canoni classici del pensiero filosofico; si valicano i riferimenti spazio temporali e perfino il linguaggio diventa insufficiente in alcuni casi, e bisogna ricorrere all’immaginazione per dar conto di certi accostamenti azzardati come quello tra il profeta e il suicida: entrambi vogliono superare i confini del mondo e della mondanità, afferma con levità e ardimento Campagna. Tuttavia vi sono momenti in cui sembra che la materia trattata prenda il sopravvento andando oltre ogni accademica pianificazione e che la tesi sostenuta, man mano che si estremizza e si radicalizza, perda di solidità ed evapori già alla prova sintattico-semantica: “Lo specchio della cultura profetica, posizionato al crocevia tra i molteplici sguardi che attraversano la realtà, fornisce un aiuto del genere nel suo offrire un istante di redenzione e un’occasione ‘traumatica’ per riposizionare i propri piedi sul terreno metafisico…La redenzione della realtà che anima la cultura profetica ha luogo già da sempre – allo stesso modo in cui il punto senza tempo dell’istante è già sempre al cuore del presente che dura.[2] Dopo aver letto più volte tale passaggio, rimanendo alquanto perplesso, ho anche pensato che lo scrittore parla di profeti salendo anche lui su quel piedistallo, vestendone i panni e superando, come i predecessori, i canoni linguistici normalmente usati nel qui ed ora storico.

Biagio Conte, profeta moderno

Interessante la riflessione sull’apocatastasi in contrapposizione all’apocalisse. Il primo termine di origine stoica, significa ripristino, restaurazione, mentre l’altro interviene alla fine del tempo per dividere il Bene dal Male, i dannati dai salvati. L’apocatastasi è già dentro il tempo, essendo un’eternità posta nell’istante[3], nel quale “ogni cosa è già da sempre salva”, aggiunge l’autore. Essa, cioè, sarebbe una coesistenza di vita e morte, di passato e presente, di dannazione e di salvezza, come in un “Eterno ritorno dell’uguale” di nicciana memoria.

Quasi al termine della lettura del libro, un senso di prostrazione e di frustrazione insieme mi prendono, tale da indurmi a perdere la pazienza necessaria che, unita all’interesse per l’argomento, determinano in genere il rapporto autore-lettore, avvicinando entrambi i fattori. Penso che Federico Campagna, con questo saggio, voglia dimostrare l’indimostrabile; suppone di poter trasformare le allucinazioni e i miraggi in realtà; crede egli di poter creare ponti tra entità che lui stesso definisce “ineffabili”, fino a spingersi a dichiarare che “una memoria di niente non è la stessa cosa dell’assenza di memoria, e anche le memorie senza oggetto possono giocare un ruolo importante nell’influenzare il modo in cui un processo di worlding è strutturato ed eseguito. Del resto la teologia apofantica (negativa) lo applica all’essenza stessa di Dio, considerato nella sua più totale incomprensibilità, anche se questo non – sapere è un non-sapere di Dio. Come tale è l’inizio del nostro sapere di Lui. L’inizio non la fine.[4] E ancora qualche dubbio confesso di averlo sui concetti di “pre-eternità” che, dice l’autore, “suggerisce l’esistenza di un altro strato di memoria dietro alla memoria di aver dimenticato.” (!?) o ancora sul “Dio-alieno” degli gnostici che si oppongono al Dio Demiurgo dei cristiani; sulla positività riconosciuta dal profeta al Non-Essere, pur non essendo possibile “alcuna esperienza del Non-Essere, né linguistica né ineffabile”.[5] Insomma sembra proprio che Federico Campagna abbia calato i propri assi a conclusione del terzo capitolo, quello centrale, in cui si spiega il titolo dato al libro, “cultura profetica”; sembra che tutte le sue letture, testimoniate dalla ponderosa bibliografia allegata al suo lavoro, come si conviene ad una ricerca accademica, abbiano dato buoni frutti, essendo stati supportati da una vasta ed erudita preparazione che l’autore ha voluto mettere tutta in campo, come un generale che mira all’annientamento del nemico, non alla semplice sconfitta dell’avversario e dunque adopera tutta la potenza di fuoco del suo esercito anche quando il nemico gli sta davanti con le mani alzate.

Il quarto ed ultimo capitolo si presenta come un racconto in cui si esprimono le tesi già elaborate attraverso metafore, allegorie e artifici retorici propri della narrazione, rendendo così, con tale canone espressivo, più accettabili l’immaginifico, la sensazione del “dejà vu”, del “dejà connu”, l’impressione, che a volte diventa certezza, che tutto sia animato attorno a te e che anche le pietre, oltre alle piante e agli animali, perfino gli insetti, ti conoscano; l’emozione che t’assale al provare un sentimento di empatia con il Tutto che avvicina davvero alla visione del mondo del profeta, il quale riesce a cogliere l’invisibile anticipando, come lo sciamano, ciò che deve ancora accadere, o che, come il mistico, patisce perché respira insieme a tutto il Creato:

La spiaggia si muove sotto i nostri piedi. Alcuni di noi per istinto si scusano toccando il suolo, quasi stessero calpestando qualcosa di vivente. La vita fiorisce sulla spiaggia. Anche le raffiche di vento sembrano possedere una vita a sé stante, una voce, forse un nome. È difficile dire se ci sia qualcosa, qui, che non sia qualcuno. Ma se quest’isola davvero fosse viva, non provocheremmo la sua ira camminandoci sopra?[6]

E alla fine, il narratore superò il filosofo, il poeta diventò il “custode dell’Essere”: “Ogni cosa intorno a noi è diventata orfana. La Notte pietosa e silente, dispiega la sua coperta sulle braci del cielo. Il suo oblio scende tiepido. La nostra tristezza, le estasi e i terrori svaniscono insieme, mentre il sonno finalmente discende sul giorno dell’eternità.[7]


[1] Ibidem, pag. 189

[2] Ibidem, pag. 235

[3] Si legga a tal proposito la mia recensione su Pierre Hadot, Ricordati di vivere, pubblicata su questo sito (piazzagrandeblog.com)

[4] Op. cit. pag. 252

[5] Ibidem, pag. 261

[6] Ibidem, pag. 290

[7] Ibidem, pag. 306


2 risposte a "Federico Campagna, “Cultura profetica”. Seconda parte: il profeta"

  1. Filosofi che sconfinano nella poesia e poeti che sconfinano nella filosofia ce ne sono stati sempre e ce ne saranno ancora perché l’oggetto di cui si occupano è l’uomo nella sua interezza ed uomini essi sono, dotati di razionalità e fantasia o creatività insieme.
    Bene ha fatto il prof Pelleriti a vivisezionare Cultura profetica di Federico Campagna, ancora giovane filosofo, il cui ardore investigativo sospinge ai confini dell’indimostrabile e dell’ineffabile, ma ancora più fondate ed opportune mi sono sembrate del commentatore sulle esagerazioni profetiche dell’Autore analizzato. Di profeti sì, ne abbiamo bisogno, anche due-tre basterebbero, del calibro di papa Francesco e di Greta Thunberg, purché ci fosse chi li ascoltasse mettendo in pratica le loro parole. Grazie, allora, ancora, al prof. Pelleriti per la preziosa riflessione che ci ha offerto.

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