Federico Campagna, “Cultura profetica”

ovvero Quando la filosofia diventa cogenza

PRIMA PARTE

Alfio Pelleriti

Quando la filosofia diventa cogenza

Federico Campagna, giovane filosofo italiano (1984) residente a Londra, insegna Filosofia presso l’Accademia Reale d’Arte dell’Aja. Ha pubblicato in inglese “Cultura profetica” nel 2021, saggio filosofico con implicazioni teologiche, tradotto in italiano da Francesco Strocchi per l’Editore Tlon e pubblicato nell’aprile del 2023. Il lavoro, non di facile lettura, affronta uno dei temi fondamentali in ambito filosofico, il tempo e “l’essere nel mondo” degli individui, cogliendone aspetti fondanti e problematiche originali che hanno implicazioni con temi contemporanei come l’emergenza climatica e l’instabilità politica ed economica globale. L’autore nei primi due capitoli tratta il tema introducendo il concetto di “Worlding”: un intervento cosciente del soggetto sulla realtà, sul suo fluire ininterrotto, cioè, sulla “mondanità” del mondo, per afferrarne un’infinitesima parte legata alla soggettività di colui che s’è affacciato in essa. Egli ha percepito, cioè, un quantum di essere in un oceano di eventi che si sviluppano e accadono nel presente senza che possa variarne la consistenza, il ritmo, l’ordine logico e l’ineluttabilità degli eventi[1].

Federico Campagna

Dice l’autore: “Il worlding è un processo metafisico che distingue i diversi ‘qualcosa’ individuali, creando così delle discontinuità in un piano di pura esistenza in cui non esistono divisioni…Il mondo che vediamo attorno a noi è il risultato di un atto di pura metafisica il cui tessuto narrativo è adattato e accettato dal singolo soggetto come la sostanza stessa del mondo.[2]

Ogni capoverso di questo intervento meriterebbe un approfondimento, avrei detto ai miei alunni qualche anno fa, e alzando verso di loro le mani e increspando la fronte a rendere plastico lo sforzo mentale per porgere loro concetti complessi in proposizioni linguisticamente comprensibili e possibilmente eleganti, avrei esordito spiegando che il “worlding” di cui parla Campagna somiglia ad una “visione del mondo” o a una  “weltanschauung”, secondo la classica versione tedesca, ma che per coglierla nella sua essenza è necessario che ci si unisca come a formare un insieme coeso per percepirla come una realtà particolare che si manifesta in una dimensione metatemporale e metanarrativa, che appartiene non solo al singolo ma ai coevi, della quale derivarne un unico discorso, o un canto, come i fanciulli o gli adolescenti che scoprono il senso della realtà vivendola. Quando, infatti, dei coetanei rievocano particolari della loro vita di fanciulli, ecco che essi fanno worlding, e insieme celebrano il funerale di un tempo crollato, defunto, inspiegabile a individui di generazioni successive alla loro. E la stessa cosa succede a coloro che si illudono di perpetuare il loro narcisistico worlding attraverso regimi che cercano di sopravvivere oltre i secoli e i millenni (regime millenario si auto dichiarava il fascismo), volendo annullare con una nuova cosmogonia le dimensioni del “passato-presente-futuro”; volendo creare argini mastodontici al flusso oceanico e ininterrotto della Realtà e del tempo; volendo sostituire gli individui liberi e consapevoli con una massa di sudditi clamanti, eliminando il “caos dei pensieri molteplici” con un pensiero unico, quello dettato da un capo che avoca a sé ogni libertà di gruppi o di individui, lui essendo la testa, gli altri soltanto il corpo.

Sostiene Campagna, del resto, che basta esaminare l’evoluzione storica per addivenire alla conclusione che è difficile misurare nell’ordine dei millenni le civiltà che si sono succedute, anzi proprio quelle che si presentavano come intramontabili, subirono un tramonto spesso drammatico e catastrofico, cui seguiva un mondo instabile, un medioevo: con la scomparsa delle civiltà minoica e micenea cominciò il Medioevo ellenico nel XII secolo a. C.; e dal VI al IX secolo d. C. si ebbe il Medioevo europeo con i suoi “secoli bui”, fino al rinascimento carolingio.

L’attuale società che l’autore chiama “modernità occidentalizzata”, porta segni di crisi profonda, anzi è evidente il rischio di annientamento storico assoluto.[3] La caratteristica di tale società, ritenuta naturale e indubitabile si riscontra a livello della logica che la sottende e cioè la legge di non-contraddizione, assorta a modello cosmogonico. L’autore invece ritiene che vi siano in atto delle forze negative molto preoccupanti: la tendenza a portare avanti un colonialismo moderno a danno dei paesi più poveri dell’Africa; un sistema definito “carcerario-industriale”; un assetto politico che piega già al totalitarismo e che porterà ad una guerra totale con l’uso di armi nucleari che, insieme ad una devastazione della biosfera globale, porterà ad estinzioni di massa. La “visione del mondo” tipica di questa società, continua l’autore, prevede l’uso di un linguaggio “assoluto” che preferisce quello degli ambienti digitali rispetto a quello della sfera fisica, e agli attori umani l’intelligenza artificiale. Elementi utili per l’accoglimento di una sovranità assoluta su sudditi incapaci di esercitare il pensiero critico. È un’analisi, dunque, tendente al catastrofismo, dove non c’è posto per la speranza che le nuove generazioni possano, con il loro idealistico impegno portare ad un mondo nuovo fondato su un vero progresso, ad un nuovo umanesimo solidaristico, dove ci sia spazio per la dimensione spirituale oltre che biologica dell’uomo. A tal proposito, Campagna crede che anche il ruolo dell’immigrazione di massa sia destinato a determinare la fine della “modernità occidentalizzata”. Gli “altrove” creeranno, dopo essere stati inseriti nel tessuto sociale, un sincretismo di diverse metafisiche in cui ciascuna tenterà di diventare dominante sulle altre. Un’altra debolezza insita nella “modernità occidentalizzata”, dice il Nostro, è la sua dipendenza dagli archivi digitali che sopravvivranno finchè ci sarà l’approvvigionamento di metalli rari ed energia elettrica costante, poi sarà inevitabile la loro scomparsa, insieme a tutta la produzione cartacea, così come un destino di disfacimento sarà quello delle architetture delle città che crolleranno, non rimanendone traccia nemmeno come “rovine”. Resteranno soltanto le immense isole di plastiche vaganti negli oceani e le scorie nucleari. La prossimità di tali eventi, aggiunge Campagna, condiziona già la nostra vita.

Peter Bruegel il Vecchio, Trionfo della morte

È proprio in tale scenario apocalittico che assume significatività ogni processo di worlding che diviene un atto di creazione, un apporto poetico per poter uscire dal nulla. Gli scrittori e gli artisti, infatti, creeranno dal nulla una possibile via di salvezza tenendo conto di due forze tra cui dover mediare: l’Ananke o forza del singolo e la forza cosmica, la Necessità. Data per certa la catastrofe, nell’alba di un mondo nuovo, un ruolo importante avrà la figura eroica dell’”adolescente arcaico”, il solo che può cogliere l’enigma della vita dandone una descrizione e tentandone una soluzione all’interno di una nuova cornice di senso per un mondo nuovo da edificare: è codesto il ruolo del profeta e della sua “cultura profetica”.

Continua…


[1] Heidegger che nella sua opera fondamentale, “Essere e tempo”, si occupò di tale questione rispose a tale interrogativo chiamando in causa la poesia, anzi il poeta, cioè quell’”essere-nel mondo” che riesce (senza saperne come) ad elevarsi rispetto agli altri individui divenendo, in un tempo determinato, “Pastore dell’Essere”.

[2] Federico Campagna, Cultura profetica, Editore Tlon, Roma 2023, pp. 32/33

[3] “moderna” perché il presente è sempre moderno; “occidentalizzata” perché l’Europa ha subito un’egemonia degli USA dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.

[4] Ibidem, pag. 189

[5] Ibidem, pag. 235

[6] Si legga a tal proposito la mia recensione su Pierre Hadot, Ricordati di vivere, pubblicata su questo sito (piazzagrandeblog.com)

[7] Op. cit. pag. 252

[8] Ibidem, pag. 261

[9] Ibidem, pag. 290

[10] Ibidem, pag. 306


2 risposte a "Federico Campagna, “Cultura profetica”"

  1. Grazie ancora all’amico Salvatore Neri per la sua costante attenzione alle pubblicazioni del blog. Le sue osservazioni arricchiscono e completano il senso degli articoli, aprendo a possibili dibattiti che purtroppo stentano ad avviarsi.

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  2. A volte è tanta e tale la materia su cui pronunciarsi che non si può neanche aprire bocca per non sapere da dove cominciare. E sembra proprio essere questo il caso del commento offerto dal prof. Pelleriti al libro di Federico Campagna intitolato Cultura profetica, col sottotitolo non casuale Messaggi per i mondi a venire.
    Ma in quali mondi si dovrebbe sperare, io mi domando, se quello già presente è già in irreversibile disfacimento? Quale cultura profetica intramondana, che non ci alieni in un futuro impalpabile ed irreale o, addirittura, in un’ impossibile dimensione ultraterrena, possiamo accettare e praticare?
    Il worlding o intervento cosciente del soggetto nella realtà implica di per sé un atto di coscienza che si rappresenti la responsabilità delle conseguenze a cui si va incontro, altrimenti anche le formiche farebbero worlding per il solo fatto di scalfire, modificare, bucare diuturnamente il suolo. Ma di quale intervento cosciente del soggetto umano vogliamo parlare quando ogni barlume di responsabilità oggi è obnubilato e occluso fino alla cecità dalla cupidigia di Nazioni , per dire popoli, che istante per istante si avventano sulla madre terra per farne scempio e lacerarne le carni?
    Il worlding della distruzione della foresta amazzonica e delle altre mille foreste che bruciano ogni giorno, la fusione dei ghiacciai e l’estensione progressiva dei deserti, le alluvioni e gli allagamenti, l’esplosione delle varie bombe demografiche, ecologiche, chimiche già in atto o in imminenza incombenti, senza contare le ormai innumerevoli guerre e guerriglie sparse sul pianeta, contrassegnano un’ orribile mappa di interventi distruttivi e suicidari purtroppo senza possibilità di salvezza per l’umanità intera. Anche Putin incide il suo worlding in solida e vergognosa responsabilità col patriarca Cirillo, come altrettanto fa, ma in diverso modo e con valore opposto, papa Francesco; anche Cina, India, Brasile, ciascun paese in altro modo ancora e apparentemente innovativo, e gli stessi popoli arabi, e quelli africani che erompono sulla scena mondiale, tutti incidono il loro worlding. Ma quanti di questi soggetti hanno reale contezza delle gravi e gravide conseguenze dei loro interventi troppo spesso conflittuali, in cieca competizione tra loro, antagonistici e reciprocamente mortiferi? Quale Weltanschauung unifica i popoli e i loro capi in un’unica visione del mondo?
    Basta allora dire worlding se è l’apocalisse che ci aspetta e non davvero un mondo nuovo, diverso e migliore dall’attuale? Un’ Umanità ridotta a formicaio, impulsivamente soggetta a meccanismi pressoché inconsapevoli e indotti, che obbedisce a chi la manipola promettendo paradisi inesistenti, è destinata a morire schiacciata dalle proprie illusioni perché del tutto priva di autodeterminazione critica volta alla pace e alla giustizia solidale.
    L’ implosione è il processo inverso all’esplosione, ma raggiunge lo stesso esito, l’autodistruzione.
    Personalmente non credo proprio di vivere nel migliore dei mondi possibili, né che questo mondo sia migliore di quelli passati, almeno sotto il profilo della sicurezza e delle fragilità planetarie, geologiche, biologiche, socio-politiche, psico-individuali, ecc; credo invece che, purtroppo, ci si stia avvicinando velocemente e ineluttabilmente al punto di non ritorno anzitutto perché il destino dei profeti è di non essere ascoltati, di predicare al deserto, come avvenne a Cassandra e al Battista, come avvenne e avviene ancora ai Poeti che nella loro “parola” non cantano il presente ma l’Eterno, che comprende e supera ogni tempo, che nella sua ineffabile bellezza viene purtroppo considerato dai più solo illusione e pietosa insania. Non sanno i più che di tale pietosa, rispettosa e compassionevole pazzia, oggi più che mai abbiamo bisogno, come già insegnarono, fra gli altri, Socrate ed Erasmo, il Pazzerello di Assisi, il Mahatma Gandhi, Luther King, Danilo Dolci, ed altri ancora dei quali ci siamo ormai tranquillamente dimenticati. Vero è, dunque, come scrive il prof. Pelleriti, che oggi l’atto filosofico è di imprescindibile cogenza se si vuole evitare il trionfo della morte.

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