Il freddo e la compassione

Alfio Pelleriti

Il freddo dei “senzatetto”

Andrej era solito andare tardi a letto poiché faticava alquanto a prendere sonno. Quella sera, particolarmente fredda nonostante si fosse in piena primavera, si era trattenuto a scrivere nello studio poiché doveva completare un articolo da pubblicare l’indomani. L’idea l’aveva già, si trattava di tradurla in uno scritto chiaro, sintetico, sviluppando i punti nodali dell’argomento senza tanti fronzoli. Scriveva, correggeva, controllava l’ordine logico dato al testo, rileggeva e intanto erano già le due di notte. I piedi e le gambe in basso erano freddissimi e sentiva brividi lungo la schiena e al petto, ma doveva completare. Ormai l’articolo era pronto, doveva trovare qualche foto a corredo del testo e poi pubblicarlo sul suo blog. Quest’ultimo passaggio richiese ancora mezz’ora, e intanto il freddo alle mani e alle gambe si faceva sentire sempre più acutamente. Finito il lavoro si diresse verso il letto con il corpo ormai raggelato; si tolse la vestaglia, il maglioncino di “pile” che lui era solito indossare come la coperta di Linus, e tremante si rifugiò nel letto sotto uno spesso piumone che di solito in pochi minuti lo ristora e lo accompagna negli sfumati confini del sonno.

Ma la consuetudine quella notte venne smentita. Andrej si girava e si rigirava nel letto e aveva la netta sensazione che il freddo aumentasse. Dalle ginocchia in basso, fino ai piedi, gli arti erano rigidi, freddi, dolenti. Cominciò a lamentarsi; il sonno era ormai sfumato, essendosi trasformato in stanchezza e tensione emotiva. Il freddo aumentava e ora anche le spalle erano interessate, per cui prese a frizionarle e si massaggiava anche le ginocchia. Ma i risultati erano inconsistenti. Ora ai lamenti si aggiunsero brividi che lo scuotevano nel fisico e nella mente ma anche nel suo Io più profondo.

il freddo degli sfruttati

Pian piano si verificò in quella situazione sempre più kafkiana come uno sdoppiamento tra la sua fisicità e la sua parte spirituale. Per soddisfare i bisogni e le richieste sempre più pressanti della dimensione corporea, Andrej prese la sua giacca di pile e se l’avvolse ai piedi e inoltre aggiunse un’altra coperta al piumone. Era come se tutto ciò che poneva sopra quel corpo per riscaldarlo e confortarlo, non sortisse alcun effetto e Andrej si avviava ormai a superare il confine tra realtà e mondo onirico entrandovi e sprofondandovi così come accadde ad Alice quando cadde in quell’abisso privo d’appigli prima di arrivare nel mondo grottesco del “Paese delle meraviglie”.

Tuttavia le immagini che cominciarono a scorrergli davanti, lì nel buio del suo letto, che sempre più prendeva i connotati di un letto di contenzione, non erano a colori né inducevano a soavi pensieri. Quel suo corpo infreddolito gli poneva davanti i corpi dei senzatetto, dei clochard rannicchiati nei loro cartoni agli angoli dei corridoi enormi delle stazioni delle città o nei parcheggi coperti degli ospedali o in quelli delle grandi aziende pubbliche e private. E altre immagini lo portavano nelle città ucraine bombardate e ridotte a scheletrici ruderi, ormai prive di luce e di riscaldamento.

Il freddo dei bambini poveri

Pensava ancora a Gesù e al suo corpo martoriato e nudo in croce e poi, per associazioni libere, ai tanti “cristi” della storia: gli schiavi che sognarono il riscatto sotto la guida di Spartaco, finiti anche loro sulla croce per ordine di Silla; gli schiavi neri vittime negli Stati Uniti dei razzisti incappucciati del Ku Klux Klan; gli operai non protetti in fabbrica da sistemi di sicurezza e morti o rimasti permanentemente mutilati; e i lavoratori caduti a migliaia nella costruzione delle piramidi in Egitto e i morti, solo ieri, nella costruzione dei mega stadi in Qatar; e gli vennero in mente i raccoglitori di pomodori nella piana di Gioia Tauro e i lavoratori indiani nelle concerie. E pensava ancora ai tanti ragazzini senza avvenire, ai “carusi” intenti a scavare nelle miniere di zolfo dell’agrigentino; agli attuali raccoglitori nelle miniere a cielo aperto di “terre rare”, sorvegliati costantemente da uomini armati.

Insomma in quelle suo corpo gelido c’era tutta la sofferenza dell’umanità sfruttata ieri e oggi e capì che quel freddo che non lo aveva lasciato lo aveva indotto al sentimento della compassione, essenziale per potere capire il proprio ruolo nella storia e il significato del vivere nel mondo. Capì che quel sentimento era fondamentale per potere avviare una ricerca sul senso della vita e per capire quanto sia importante il ruolo dell’etica per una vita autentica.

Seguiva tale riflessione quando cominciò serenamente ad assopirsi.

Il freddo dei disperati

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