Pierre Hadot, “Ricordati di vivere”

Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali

Alfio Pelleriti

Il saggio di P. Hadot

Pierre Hadot, l’autore di questo magnifico saggio, già dal titolo invita il lettore all’attenzione perché anche della sua vita egli parlerà e in quel motto, “ricordati di vivere”, che suona come un ammonimento, si compendia una visione del mondo in cui armonicamente si unisce l’approccio letterario e quello filosofico. Egli assume tale tesi e la presenta al lettore disvelandone, petalo dopo petalo, concetto dopo concetto, la complessità, la bellezza, la verità, la sacralità. “Ricordati di vivere” (esatto contrario del “memento mori”), o lettore, sembra consigliare, poiché ciò che conta non è il passato, cirro che svapora, immagine/evento irreale che mai potrà ripresentarsi, né conta il futuro, speranza priva di fondamento, vaghezza immaginifica, prova velleitaria di un’anticipazione priva d’alcuna solidità. Dunque, dice Goethe, protagonista del saggio, non resta che il presente, unica dimensione in cui si possa sperimentare il “dasein”, l’esserci, ma anche l’”am dasein”, l’esistere, l’assaporare cioè l’esistenza. E mentre procedo nella lettura, come in una camminata a piedi nudi su una spiaggia in un mattino d’aprile, accarezzato da una dolce brezza, ricordo i miei personali tentativi di esprimermi su questo tema che ha al fondo il sapore della nostalgia, del “selige Schusucht” (Beato struggimento).

Pierre Hadot

Sottolinea nella sua analisi Hadot che nell’eternità d’un solo istante si può cogliere il senso della vita. Affermai tale adagio in una mia poesia che s’animò a manifestare una verità o ciò che s’avvicina grandemente ad essa: sottolineare che nell’attimo di un presente vissuto, colto con consapevole partecipazione, si percepisce l’eternità, poiché quell’istante, apprezzato spiritualmente da mente e cuore, è misticamente un’unione di passato, presente e futuro; è percezione dell’eternità in un suo istante; è comprensione della nostra infinitudine, della nostra storia all’interno dell’infinita storia cosmica; è il destino individuale che si disvela e si apre abbattendo ogni difesa; è annullamento della singolarità per cogliere il significato profondo dell’essere nel mondo.

È davvero straordinario come al di là del tempo e dello spazio, gli uomini possano imbattersi nelle stesse intuizioni, sentire le medesime emozioni anche in una totale diversità spaziotemporale, con storie personali uniche. Ma, evidentemente, oltre che una struttura biologica che accomuna l’uomo vi è anche un’affinità emozionale e spirituale. Così scrissi nel 1998:

Spira un alito di vento

e del mar porta la brezza:

mi accarezza, mi trastulla,

mi costringe – che portento! –

a guardare cielo e mare

e le onde alla risacca.

Ecco allor penso all’Eterno,

a quel Dio che sempre invoco,

che ringrazio così poco,

quando Lui la man mi porge.

Sono anch’io qui nel Creato:

“parte”, “tutto” d’un Disegno,

in un tempo ch’è un istante,

un millennio, Eternità.

Solo coloro che s’innalzano oltre il mero, stupido contingente, sapranno percepire il dovere di vivere eticamente il proprio presente, con la consapevolezza della fluidità degli attimi, con il desiderio di non sprecarli, ma di viverli con serietà, con il dovere di completare la creazione che continua infinitamente con un movimento di diastole e di sistole, di allontanamento e di ricongiungimento, di ordine e d’entropia. Non lasciarti vivere, grida Faust, cogli l’eternità dell’attimo, avendo vinto il cieco impulso. “In ogni attimo occorre sforzarsi di compiere ciò che il giorno esige da noi, secondo l’espressione di Goethe (Die Forderung des Tages), cioè, compiere il nostro dovere nell’istante presente.[1]

Un solo sguardo allora basterà all’amante per cogliere l’ebrezza d’un amore non consumato dal cieco istinto, ma interamente vissuto in un flusso costante e infinito d’un affetto sincero di un essere che all’altro si dona totalmente, in maniera assoluta; basta, allora, la stretta di due mani che si congiungono bisbigliando un “sì” che annulla il peso della materialità, delle consuetudini, dei pregiudizi, e l’etereo si sostanzia e il vago si definisce e le parole non servono, rimanendo soltanto l’emozione suggellata in due lagrime di beatitudine, di felicità.

Dal Massiccio del Grappa. foto A. Pelleriti

Guardare dall’alto in basso, consigliava Platone e gli stoici, gli epicurei o ancora Marco Aurelio, Seneca, Lucrezio e Ovidio per cogliere agevolmente il senso della vita nel fluire ininterrotto delle stagioni, nell’immensità del mare e al contempo constatare quanto piccolissimi siano i progetti degli uomini, gli imperi, la stupida tragicità delle guerre per allargare questo o quel confine, e poi le vane aspirazioni degli uomini tendenti agli arricchimenti e alla vanagloria, non pensando costoro che la loro caratteristica peculiare è la finitudine, la morte che tutto annulla e cancella all’improvviso, facendo naufragare le loro piccole ambizioni. “Lo sguardo dall’alto corrisponde a uno sradicamento che libera dalla gravità terrena, accompagnato spesso da una visione critica rivolta alla piccineria e alla ridicolaggine di ciò che appassiona la maggior parte degli uomini.[2]

A tal proposito consentitemi ancora un’autocitazione, poiché nel 2012 presso Villa delle Favare, invitato dall’Accademia Universitaria Biancavillese, presentai una mia relazione sul “senso della vita”: “Accettare la morte non significa rinunciare alla vita, anzi vuol dire accettarla in ogni istante, senza sprecarla ma illuminarla con un’azione costante per il trionfo della verità e della giustizia.  Tutti i nostri atti allora, sarebbero espressione, come dicevamo, di amore autentico; si scoprirebbe che gli altri condividono la tua stessa avventura: la vita; il meraviglioso spettacolo della natura, il caleidoscopico alternarsi di colori, la grande potenza degli oceani e delle montagne che ti vivono accanto: tutto questo si vivrebbe in un presente da condividere con altri uomini con i quali si è vinta, nascendo, la morte eterna, il buio del “prima” e il buio del “dopo”. Amare dimenticando il proprio ego è la strada che conduce alla saggezza e alla pratica del bene e se ti apri a questa dimensione, allora ti si squaderna un universo nuovo dove i colori, già vividi della natura, diventeranno più accesi e a lungo ti fermerai ad ammirarli, piangendo per la gioia che ti invade, per lo stupore per quel tuo nuovo modo di osservare una margherita, un fiore di pesco, un’ape, perfino un insetto che prima spiaccicavi senza pensare. Allora comincerai a chiederti che senso ha rispettare piante e animali e non rispettare gli uomini, tutti gli uomini, bianchi, neri o gialli che siano. Comincerai a chiederti perché non aprire la porta a chi ti chiede ospitalità.[3]

Goethe inserisce tra le sue osservazioni sull’esistenza dell’uomo il ruolo della legge e il caso che determinano lo sviluppo e il carattere dell’individuo. Il confronto con gli altri all’interno della società comporta il grave rischio per la personalità in formazione, poiché ci si deve misurare con la volgarità del senso comune e poi ancora con la banalità del conformismo che porta spesso all’annullamento delle coscienze e della libertà di ciascuno. Il rischio per la maggior parte degli uomini è quello di perdere per sempre l’innocenza e la genuinità dei bambini. Afferma Goethe in “Poesia e verità”: “Se i bambini continuassero a crescere così come si annunciano, non avremmo che geni”.[4] E cita il Nostro anche Holderlin: “… quanto preferirei essere come i fanciulli!/ E, come gli usignoli, un canto senza pena/ della mia dolce felicità cantare.” E un ruolo altrettanto negativo nella crescita del bambino, secondo Goethe, è l’incontro sciagurato con un’educazione repressiva: “Tutto da noi è finalizzato ad addomesticare prima del tempo la nostra cara gioventù, a estirparne la naturalezza, l’originalità, l’istinto, sicché alla fine non rimane altro che il filisteo.”[5]

Hadot sottolinea ancora la riflessione di Goethe dedicata all’amore che l’uomo può incontrare nella sua vita, esperienza unica per fargli prendere coscienza della sua libertà di scelta, che non sarà più egoistica ma di voluto altruismo e dedizione verso il partner e verso la vita tutta: “A che pro infatti tanto dispendio di soli, pianeti e lune, di stelle e vie lattee, di comete e nebulose, di mondi formati e in via di formazione, se infine non ci fosse un uomo felice che, inconsapevole, gioisse della propria esistenza?[6]

Infine Hadot, nelle sue conclusioni ricorda il senso della vita che ogni uomo ha squadernato davanti agli occhi nella meraviglia che la Natura gli offre ogni giorno lungo il suo percorso esistenziale. È dunque importante non sprecare neanche un attimo di questo stupendo viaggio iniziato da ogni vivente con la nascita. Afferma con apprensione affettuosa: “Non ho fatto niente oggi”. “Come? Non avete vissuto? È non solo la vostra occupazione fondamentale, ma la più insigne… Il nostro grande capolavoro è vivere come si deve. È una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere.”[7] 


[1] Pierre Hadot, Ricordati di vivere, Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, pag. 49; la citazione è tratta da J. W. Goethe, Massime e riflessioni, par. 1088, p. 518

[2] Ibidem, pag. 59.

[3] Alfio Pelleriti, Il bianco e il rosso, sulla sublimità dell’Esserci, Gruppo editoriale GEDI, Il mio libro, 2014, pag.21

[4] Pierre Hadot, op. cit, pag. 112. La citazione sta in J. W. Goethe, Poesia e Verità, vol. I, p. 136

[5] J. P. Eckermann, Conversazione con Goethe, p.554

[6] Pierre Hadot, op. cit., pag. 146, la citazione sta in I. W. Goethe, Winckelmann, Scritti sull’arte, p. 170

[7] Ibidem, pag. 165, la citaz. Sta in M. de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano 1992, vol. 2 pp. 1485/1496.


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